A cura di Dott. LORENZO RANIOLO (Gela/CL) – dott.lorenzoraniolo@tiscali.it –Editorialista de < IL POPOLO > della Democrazia Cristiana
<Teresa Letizia Bontà: la luce che nasce dalle radici e attraversa l’anima>
Nativa di Licata, un paesino nell’entroterra agrigentino, paese ricordato per aver dato accesso agli sbarchi americani della seconda guerra mondiale nel luglio 1943, proprio nel cuore della Sicilia. Teresa Letizia Bontà, classe 1981 è una fotografa che non si limita a osservare il mondo: lo attraversa, lo assorbe e lo restituisce sotto forma di immagine. Oggi vive e lavora tra la sua terra d’origine e Venezia, in un continuo dialogo tra radici e trasformazione.
La sua ricerca artistica nasce da un’urgenza interiore. Autodidatta, Bontà si avvicina alla fotografia fin da giovanissima, partendo da ciò che le è più vicino: la sua terra, i volti, i gesti quotidiani. Ma ciò che inizialmente è osservazione diventa presto linguaggio. La fotografia, per lei, è luce, una luce capace di illuminare le parti più profonde e spesso oscure dell’essere umano.
La Sicilia: non un luogo, ma una memoria viva
Nelle immagini di Teresa Letizia Bontà, la Sicilia non è mai semplice sfondo. È corpo, è identità, è eredità.
Come emerge chiaramente nel suo portfolio, la sua terra diventa una geografia emotiva fatta di memoria, ferite e appartenenza. Le sue fotografie raccontano una Sicilia intima, lontana dagli stereotipi: una Sicilia fatta di mani che lavorano, di donne che custodiscono storie, di silenzi che parlano.

Nel progetto “Radici di Luce”, la terra siciliana si trasforma in simbolo: un luogo in cui il corpo e la memoria si incontrano, dove l’identità femminile si radica e si trasforma. Non si tratta di raccontare una storia, ma di attraversarla.
Le donne, il corpo, la verità
Al centro del lavoro di Bontà c’è la donna. Non come simbolo astratto, ma come presenza reale, concreta, attraversata dal tempo e dalla storia.

Le sue immagini indagano genealogie invisibili: madri, figlie, tradizioni che si tramandano senza parole. Nei gesti, nei corpi, nei silenzi, emerge una narrazione potente e autentica.
Nel progetto “Scandalo fu”, ad esempio, affronta il tema del giudizio sociale e della libertà identitaria in una Sicilia ancora legata a codici culturali rigidi. Un gesto intimo diventa atto politico, presenza, rottura.
Dal bianco e nero alla luce caravaggesca
Se la Sicilia rappresenta la radice, il Veneto, e in particolare Venezia, diventa spazio di trasformazione artistica.


Qui il linguaggio fotografico evolve: il bianco e nero essenziale lascia spazio, in alcune opere, a una ricerca luministica più intensa, vicina alla pittura caravaggesca. I chiaroscuri diventano materia narrativa, la luce scolpisce i corpi, il buio li custodisce.

Nel progetto “Le tenebre dell’anima”, questa tensione è evidente: la luce non illumina semplicemente, ma rivela. Il buio non nasconde, ma trasforma.
Il tempo, il dolore, la trasformazione
Uno dei nuclei più profondi della sua ricerca è il rapporto con il tempo e con l’esperienza interiore.
Durante la pandemia nasce il progetto “Time”, in cui il tempo non è più misura ma presenza. Le immagini non raccontano un evento, ma una percezione: corpi sospesi, silenzi, attese.
Allo stesso modo, in “Il disordine” e “Le tenebre dell’anima”, la fotografia diventa uno strumento di attraversamento del dolore. Non c’è estetizzazione della sofferenza, ma una ricerca di verità.

Per Letizia Bontà, fotografare significa esporsi. È un atto terapeutico, ma anche politico: dare forma a ciò che spesso resta invisibile.
Un riconoscimento internazionale
Il lavoro di Teresa Letizia Bontà ha ottenuto riconoscimenti importanti nel panorama artistico internazionale.
Dalla pubblicazione su Lens Magazine tra i “10 Big del Black and White” alla partecipazione alla Biennale di Londra e alla Biennale di Firenze, fino ai premi internazionali e alle esposizioni in città come New York, Londra, Dubai e Los Angeles, il suo percorso testimonia una crescita costante e una voce artistica riconoscibile.
L’arte come attraversamento
“Non fotografo ciò che vedo. Fotografo ciò che mi attraversa.”
Questa dichiarazione, presente nel suo portfolio, sintetizza perfettamente la sua poetica.
Per Teresa Letizia Bontà, l’arte non è rappresentazione, ma esperienza. È uno spazio in cui convivono appartenenza e distanza, luce e ombra, ferita e rinascita.
Le sue fotografie non chiedono di essere guardate velocemente. Chiedono tempo. Chiedono ascolto.
Perché, in fondo, non raccontano solo una storia.
Raccontano ciò che resta dentro quando la storia finisce.



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