La Democrazia Cristiana italiana polemica con Meloni e Tajani: si vada al riconoscimento dello Stato palestinese e si fermi il genocidio, senza se e senza ma !

La Democrazia Cristiana italiana polemica con Meloni e Tajani: si vada al riconoscimento dello Stato palestinese e si fermi il genocidio, senza se e senza ma !

La Democrazia Cristiana italiana polemica con Meloni e Tajani: si vada al riconoscimento dello Stato palestinese e si fermi il genocidio, senza se e senza ma !

Leggendo la recente intervista del ministro Antonio Tajani su < Tgcom24 >, una frase torna insistente nella testa: la politica che semplifica problemi complessi li trasforma in battute facili.

Tajani ha dichiarato che sarebbe pronto a riconoscere la Palestina «se Hamas sparisse».

È legittimo — e doveroso — discutere di politica estera; ma quando il discorso vira in slogan che suonano come invocazioni di annientamento collettivo, la retorica non è soltanto povera: è pericolosa.

Se il ragionamento è questo, vien quasi da rispondere con lo stesso tono: «Dov’è la mafia? Distruggiamo le regioni dove c’è».

Sarebbe una barzelletta grottesca se non fosse tragicamente reale.

Perché nelle province e nei quartieri dove le organizzazioni criminali hanno messo radici , vive anche la stragrande maggioranza della gente onesta: commercianti, operai, insegnanti, studenti, famiglie che pagano le tasse e si alzano ogni mattina per lavorare.

Distruggere territori per colpire una minoranza di delinquenti sarebbe immorale, inefficace e profondamente ingiusto.

La stessa logica si applica alla Palestina.

Ridurre la questione a «c’è Hamas, dunque la Palestina non esiste» è una semplificazione che ignora decenni di storia, istituzioni internazionali e soprattutto la sofferenza di milioni di civili.

Chi vive nei Territori non è Hamas: sono famiglie, anziani, bambini e la stragrande maggioranza della popolazione che desidera sicurezza, lavoro e diritti fondamentali.

Contesto storico e politico (breve ma necessario)

Hamas nasce alla fine degli anni Ottanta, durante la Prima Intifada, come movimento derivato dalla Fratellanza Musulmana palestinese.

Negli anni si è trasformato in organizzazione politica e militare che, dal 2007, esercita il controllo sulla Striscia di Gaza dopo lo scontro con Fatah e la vittoria elettorale del 2006.

La sua storia è fatta di attività sociali, ma anche di azioni armate che hanno provocato condanne internazionali e l’inclusione dell’organizzazione in molte liste di formazioni terroristiche.

Questo passato è essenziale per capire perché molti governi pongono condizioni politiche alla piena riconoscibilità internazionale della Palestina.

Nel 2012 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite accordò alla Palestina lo status di “Stato osservatore non membro” — un riconoscimento politico rilevante che segnò una tappa storica nelle rivendicazioni palestinesi e che oggi continua a pesare sul dibattito diplomatico.

Quel voto (138 favorevoli, 9 contrari, 41 astensioni) dimostrò che il riconoscimento della questione palestinese non è un tema nuovo né marginale nell’arena internazionale.

Dal lato israeliano, figure come Benjamin Netanyahu hanno spesso espresso opposizione a riconoscimenti unilaterali di uno Stato palestinese, arrivando a definire certe mosse internazionali come «premi al terrorismo».

Negli ultimi mesi, dopo una nuova ondata di riconoscimenti europei, Netanyahu ha ribadito il suo rifiuto e ha duramente criticato paesi che hanno annunciato o annunciato l’intenzione di riconoscere la Palestina, sostenendo che ciò legittimerebbe gruppi come Hamas.

È utile ricordare che la posizione di Netanyahu è parte di una lunga politica israeliana che fa della sicurezza l’argomento centrale delle proprie riserve sullo Stato palestinese.

Perché la retorica di “sparire o riconoscere” è insufficiente.

  1. Non è la gente il problema. Le popolazioni civili palestinesi sono spesso le prime vittime dei conflitti armati. Confondere un movimento politico-militare con l’intero popolo è un errore politico e morale.

  2. La soluzione non è militare ma politica e multilaterale. Il riconoscimento statuale, i negoziati, le garanzie internazionali (compreso il ruolo dell’ONU) e il disarmo concordato sono strumenti di lungo periodo più efficaci di slogan propagandistici.

  3. Ci sono strumenti internazionali e storici già esistenti. La strada del riconoscimento passa per negoziati, affidabilità istituzionale e impegni chiari sul versante della sicurezza e del rispetto dei diritti umani. La recente ondata di riconoscimenti europei mette in luce che la diplomazia è in movimento — ma la diplomazia richiede tempi, condizioni e garanzie precise.

Cosa si dovrebbe fare: proposte concrete e non retoriche

La risposta efficace alla domanda «come affrontare Hamas e riconoscere i diritti dei palestinesi» deve contenere misure concrete, multilivello e ispirate allo Stato di diritto:

  1. Sforzi diplomatici coordinati — lavorare con l’ONU e con partner internazionali per costruire un quadro negoziale che includa garanzie sulla sicurezza e una road-map credibile per la governance palestinese. L’obiettivo deve essere la ricomposizione istituzionale tra Gaza e Cisgiordania e l’esclusione violenta degli estremismi tramite processi politici.

  2. Protezione civile e umanitaria — priorità immediata alla protezione dei civili: corridoi umanitari, aiuti internazionali, tutela di bambini e anziani. Una politica che voglia essere credibile deve mostrare prima di tutto compassione e soluzioni pratiche per la crisi umanitaria.

  3. Smantellamento delle strutture militari e finanziarie estremiste — azioni mirate contro reti di finanziamento e armi, con strumenti giudiziari e finanziari internazionali, non con slogan semplificatori.

  4. Riconoscimento condizionato ma costruttivo — il riconoscimento di uno Stato palestinese non può essere una formula vuota: deve essere accompagnato da piani concreti di disarmo, riforma degli apparati e integrazione nell’architettura internazionale (stesura di accordi, verifica ONU, impegni sulle garanzie ai cittadini israeliani e palestinesi).

  5. Sostegno alla società civile palestinese — programmi di sviluppo, formazione, lavoro e libertà di stampa che rendano più forte la componente moderata e istituzionale della società palestinese rispetto agli attori armati.

A Tajani e alla politica italiana: meno slogan, più strategia !

A Tajani ed alla politica italiana rispondiamo: meno slogan, più strategia !

Se il ministro Tajani e la diplomazia italiana vogliono giocare un ruolo credibile, è necessario smettere con la retorica dei “se sparisce lui, allora…” e iniziare a mettere sul tavolo piani concreti, misurabili e multilaterali. È paradossale che in questioni dove la diplomazia richiede prudenza e pazienza la risposta pubblica sia una stringente compressione nel formato “condizione sì/condizione no”.

Infine: non cadiamo nell’equazione facile che mette nella stessa frase “Hamas” e “popolazioni intere”.

La sfida civile e politica è difendere le popolazioni martoriate — in primis bambini e anziani — smantellare le strutture militari ed economiche che alimentano la violenza e restituire diritti e risorse a istituzioni legittime.

Questo è il vero atto di giustizia, molto più efficace e dignitoso di qualsiasi “proposta di distruzione” camuffata da provocazione, e non il solito “sì signore, sì” come lo Stato italiano fa verso Trump.

 

A cura di Dott. Biagio Passaro (Modena)

biagio.passaro@dconline.info * cell. 335-433277 *

Segretario Nazionale del Dipartimento < Enti locali > della Democrazia Cristiana italiana

Componente la Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana italiana

Componente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana italiana

Editorialista de < IL POPOLO > della Democrazia Cristiana italiana

ed a cura di Dott. Angelo Sandri (Udine)

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Segretario politico nazionale della Democrazia Cristiana

Direttore Responsabile de IL POPOLO della Democrazia Cristiana

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