Biagio Passaro (Responsabile nazionale del Dipartimento Enti locali della Democrazia Cristiana: SI E’ GIUSTO !
Il potere logora chi non ce l’ha. E oggi, più che mai, la giustizia non può permettersi di essere percepita come potere: deve tornare ad essere garanzia.
Separare le carriere di chi accusa da quelle di chi giudica dovrebbe essere un fatto naturale in un ordinamento in cui vale davvero il principio del giusto processo.Così come dovrebbe essere sacrosanto che la carriera di un magistrato sia determinata esclusivamente dalla sua competenza e dalla sua capacità, e non dall’appartenenza a questa o a quella corrente.
Eppure, attorno al referendum si è scatenata una polemica che, sinceramente, chi è in buona fede fatica persino a comprendere.
Le ragioni reali di tanto disappunto, però, diventano chiare solo se si prende atto della malafede di chi tenta di condizionare l’esito referendario attraverso falsità e menzogne.
Le accuse rivolte alla riforma sono una più assurda dell’altra: Pubblico Ministero sottoposto all’esecutivo, attentato al principio di separazione dei poteri, visione fascista della giustizia, fino ad arrivare all’idea che si tratti di una ritorsione contro quei magistrati che avrebbero esercitato con “dedizione” un “controllo di legalità” sugli altri poteri, a tutela degli inermi cittadini.
Ciò che ho letto sui social in questi giorni ha davvero dell’incredibile.
A chi fa notare che l’articolo 104 della Costituzione resta invariato, e con esso il principio dell’indipendenza della magistratura, si risponde che le norme costituzionali non sarebbero, in sostanza, cogenti: come se la Costituzione fosse un inutile pezzo di carta.
Eppure, non si spiega perché il rischio di condizionamenti politici dovrebbe scomparire magicamente solo perché si ripete che il 104 non cambia.
Chi invoca la “deriva fascista” dimentica che l’unità delle carriere veniva difesa proprio nel ventennio, in un periodo in cui il regime non guardava certo con favore alla separazione dei poteri. Forse, il fascismo andrebbe tenuto fuori da questa discussione, perché è un richiamo sterile, buono solo a scaldare gli animi, ma inutile a sostenere seriamente una tesi o la sua opposta.Altri ancora scelgono il No per puro pregiudizio, per tifoseria o per “fede”. Ho visto un avvocato spiegare, con un post articolato, le ragioni del Sì, e ho letto la risposta di un fervente “credente”: avrebbe votato No solo perché quella posizione era criticata da un noto magistrato antimafia.
Come se la medaglia antimafia, le tournée nelle scuole e la vita sotto scorta rendessero automaticamente custodi della verità; e come se chi non la pensa nello stesso modo fosse, per definizione, un eretico.
I “credenti” non sanno quanti innocenti siano stati sacrificati dagli “eroi”. Non sanno con quale coraggio, in questo Paese, molti avvocati si siano opposti al delirio di onnipotenza di chi ha confuso l’indipendenza con l’arbitrio, dimenticando perfino la ricerca delle prove a favore dell’accusato (che paradossalmente oggi viene invocata proprio contro la riforma).
Hanno perseguitato innocenti fino alla Cassazione: cavalieri senza vergogna e senza responsabilità, che spesso non si sono fermati neppure di fronte a un’assoluzione definitiva, insistendo ancora, con la “rinviata”, nel processo di prevenzione.
E purtroppo, perché i “credenti” smettano di credere, dovrebbero prima passare attraverso la tribolazione del processo penale.Molti avvocati validi e autorevoli esponenti della migliore dottrina — tra i quali voglio citare il professor Vincenzo Maiello — hanno già dimostrato, in modo tecnico e rigoroso, l’infondatezza di ciascuna di queste obiezioni. Non avrebbe senso ripetere, in modo imperfetto, argomenti che altri hanno espresso con competenza e chiarezza superiori.
Il punto vero, infatti, è un altro: ormai lo scontro tra sostenitori del Sì e sostenitori del No non è più tecnico. È diventato politico. O meglio: è diventato la degenerazione della politica, intesa come conservazione del potere. Anzi, del “super potere” di una casta, non a vantaggio dei cittadini, ma a loro discapito.
Si dice No per indebolire l’attuale esecutivo, come se la vittoria del Sì potesse automaticamente assolverlo dalle sue responsabilità in materia di politica giudiziaria.
Si dice No per difendere il potere delle correnti — cioè di alcune parti organizzate della magistratura — di decidere chi deve fare carriera e chi deve essere fermato, a prescindere dal merito, dai risultati concreti, e persino dal numero di vite umane ingiustamente distrutte.
Da persona che ha sperimentato sulla propria pelle le “meraviglie” della giustizia penale in azione, posso dire ciò che tanti avvocati e molti magistrati intellettualmente onesti possono confermare: rinviare a giudizio o condannare un innocente è fin troppo facile.Opporsi alle richieste di certi Pubblici Ministeri, in alcuni contesti territoriali, o assolvere un innocente, è invece quasi un atto di coraggio. Il coraggio di chi oggi, con piena consapevolezza, rischia di compromettere la propria carriera semplicemente facendo giustizia.
Da cittadino mi chiedo, per esempio, perché chi ha rovinato la vita di tante persone perbene, alterando persino il corso della vita democratica del nostro Paese a colpi di arresti e di sentenze poi ribaltate, abbia fatto carriera.
Mi chiedo perché nessuno, prima del clamore mediatico, sia intervenuto per colpire disciplinarmente Silvana Saguto, il cui potere era pari alla sua inefficienza, e alla quale — per spirito corporativo, per usare un eufemismo — era stata espressa solidarietà ai massimi livelli.
Abbiamo già dimenticato le intercettazioni di quel procedimento? Intercettazioni che, forse più ancora della vicenda Palamara, restituiscono un quadro desolante della giustizia disciplinare, della degenerazione del correntismo e del rapporto tra giudice e Pubblico Ministero: un rapporto in cui il giudice, tutt’altro che terzo e imparziale, viene percepito come compagno di squadra, pronto a trasformare in rete l’assist del PM, con buona pace della difesa,
destinata a soccombere in una partita truccata.
Tutto questo ha a che vedere con la riforma che siamo chiamati a confermare tramite referendum? Io penso di sì.
È inutile obiettare che, per curare davvero i mali della giustizia italiana, serva ben altro. È evidente.
La riforma non risolve la fame nel mondo, né ferma la guerra in Ucraina. Ma questo non è un motivo serio per dire No.
Bisogna invece comprendere una verità fondamentale: nessuna riforma del processo penale, e nessuna riforma del sistema delle misure di prevenzione, potrà mai produrre il beneficio sperato se il giudice continuerà a sentirsi compagno di squadra del Pubblico Ministero.
Niente funzionerà davvero se un giudice onesto, pensando alla propria carriera, continuerà ad avere paura di sconfessare la tesi di una procura importante.
Allora, con estrema onestà, dobbiamo dirlo chiaramente: questa riforma, nella sua straordinaria banalità, è necessaria per restituire credibilità al sistema giustizia.
È un prerequisito: senza di essa non sarà possibile intervenire in modo serio sui problemi strutturali che ogni giorno distruggono la vita di tante persone.
A cura di Biagio Passaro (Modena)
biagio.passaro@dconline.info
Segretario Nazionale del Dipartimento < Enti locali > della Democrazia Cristiana italiana
