Biagio Passaro (Democrazia Cristiana): la violenza è violenza, anche quando viene da sinistra?

Biagio Passaro (Democrazia Cristiana): la violenza è violenza, anche quando viene da sinistra?

Biagio Passaro (Democrazia Cristiana): la violenza è violenza, anche quando viene da sinistra?

Interviene quest’oggi il Dirigente nazionale della D.C. Biagio Passaro (Modena), nella sua attuale qualità di Vice-Segretario nazionale del Dipartimento < Difesa e Sicurezza > della Democrazia Cristiana italiana.

Le recenti condanne pronunciate dalla Corte d’Appello di Budapest nei confronti di Maja T. e Gabriele Marchesi, coimputati nel medesimo procedimento che coinvolge Ilaria Salis, pongono una domanda politica alla quale la sinistra italiana non può continuare a sottrarsi: la violenza cambia forse natura in base al colore politico di chi la commette?

Maja T. e Marchesi sono stati condannati rispettivamente a sette e sei anni di reclusione per le aggressioni avvenute a Budapest nel febbraio 2023.

Ilaria Salis invece non è stata condannata e deve essere considerata innocente fino ad una eventuale sentenza definitiva.

Ma è altrettanto vero che il suo processo non è proseguito perché, dopo la candidatura e l’elezione al Parlamento europeo nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, è intervenuta l’immunità parlamentare che successivamente è stata confermata con il rigetto della richiesta di revoca avanzata dall’autorità giudiziaria ungherese.

Quella candidatura fu certamente legittima sul piano formale, ma resta politicamente discutibile.

È difficile non considerarla una scelta costruita anche per sottrarre Salis alla detenzione ed al processo in Ungheria.

Una decisione che ha trasformato un procedimento giudiziario in una battaglia politica e una persona accusata di gravi reati in un simbolo ideologico.

Ora, però, sono arrivate le condanne dei suoi coimputati.

Ed allora la sinistra deve rispondere: condannerà con la stessa fermezza anche la violenza proveniente dall’area antifascista oppure continuerà a giustificarla in nome della presunta bontà della causa?

Le persone aggredite a Budapest furono individuate sulla base della loro reale o presunta appartenenza politica e colpite con strumenti ritenuti potenzialmente letali.

Non spetta a un gruppo militante decidere chi sia fascista, emettere una sentenza per strada ed eseguirla a colpi di manganello.

In uno Stato di diritto le idee si contrastano con le idee, i reati si denunciano e le responsabilità vengono accertate dai tribunali.

Nessuna ideologia può attribuirsi il potere di punire fisicamente l’avversario.

Pochi giorni dopo queste condanne, la Corte d’Appello di Roma ha confermato le pesanti pene inflitte agli attivisti coinvolti nei fatti del 9 ottobre 2021 alla sede nazionale della CGIL.

Anche quelle sentenze devono essere rispettate, pur restando ferme le garanzie dell’impugnazione e della presunzione d’innocenza fino alla definitività.

Proprio il confronto fra le due vicende fa emergere una contraddizione evidente.

Per gli imputati del 9 ottobre una parte consistente della politica e dell’informazione non ha atteso il completamento dei processi.

Prima ancora delle sentenze definitive sono state pronunciate condanne morali, costruite rappresentazioni collettive e attribuite etichette destinate a trasformare gli imputati in “mostri” pubblici. La responsabilità personale è stata spesso sostituita dall’appartenenza politica.

Il giornalista Paolo Berizzi, anche attraverso il suo recente libro su Forza Nuova, ha raccontato quell’ambiente utilizzando categorie politiche e morali durissime, ha espresso in più occasioni posizioni di netta solidarietà nei confronti di Ilaria Salis, la militante antifascista italiana arrestata a Budapest (poi eletta al Parlamento Europeo).

È naturalmente libero di farlo. Ma oggi è legittimo domandargli se userà la stessa severità per descrivere gli attivisti di sinistra condannati per aggressioni organizzate contro persone scelte come bersagli politici.

Saranno definiti anch’essi estremisti violenti? Verranno raccontate le vittime con la stessa attenzione? Si dirà chiaramente che l’antifascismo non può trasformarsi in una licenza di aggredire?

Oppure assisteremo ancora una volta alla distinzione fra una violenza considerata “eversiva” e un’altra romanticamente presentata come “militanza”?

Non si tratta di assolvere politicamente o giudiziariamente gli imputati del 9 ottobre, né di negare quanto accaduto nella sede della CGIL. Si tratta di pretendere un principio elementare: stessi criteri di giudizio per tutti.

Se è mostruoso colpire, devastare o intimidire in nome dell’estrema destra, deve esserlo anche aggredire e ferire in nome dell’estrema sinistra. Se l’appartenenza ideologica non può attenuare le responsabilità dei primi, non può diventare un’esimente morale per i secondi.

La democrazia si difende rifiutando ogni forma di violenza politica, non scegliendo di volta in volta quale violenza indigni e quale possa essere giustificata. La giustizia non può avere due pesi e due misure. E nemmeno l’informazione dovrebbe averli.

Adesso attendiamo le parole della sinistra italiana, dei suoi dirigenti e dei suoi intellettuali. Attendiamo di capire se difenderanno davvero lo Stato di diritto o soltanto chi appartiene al loro campo politico.

Perché la violenza non diventa giusta quando a praticarla è chi si proclama dalla parte giusta della storia.

 

A cura di Biagio Passaro (Modena)

biagio.passaro@dconline.info

Vice-Segretario nazionale del Dipartimento < Difesa e Sicurezza > della Democrazia Cristiana italiana.

Componente della Direzione Nazionale e del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana

Editorialista de < IL POPOLO > della Democrazia Cristiana

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