Che cosa ci fa cambiare idea, nella vita quotidiana e in politica?

Meccanismi psicologici che ci inducono a cambiare idea, anche inconsapevolmente, su cose importanti, come la fede politica, le regole della comunità e nella vita lo facciamo spesso.

Che cosa ci fa cambiare idea, nella vita quotidiana e in politica?

Tra i 20 e i trent’anni, almeno secondo uno psicologo, sei “nel decennio della definizione”, perché sono anni che giocano un ruolo importantissimo in quello che diventerai personalmente e professionalmente e come la potrai pensare.
Ma a volte ci si trova ad un bivio e drasticamente si può cambiare repentinamente idea su cosa fare da grande o addirittura, si può cambiare idea in politica o su di una persona. E se è possibile, che cosa ci spinge a parteggiare per un’idea, un leader o un partito verso cui fino a poco tempo prima nutrivamo diffidenza? Un gruppo di psicologi dell’università della British Columbia in Canada, coordinati da Kristin Laurin ha studiato il fenomeno con ben tre ricerche separate e pubblicato i risultati su Psychological Science.

Col primo studio i ricercatori hanno indagato le reazioni al divieto di usare le bottiglie di plastica a San Francisco, sui cui la cittadinanza si era divisa tra favorevoli e contrari. La squadra di uno scienziato ha testato 79 abitanti della città californiana prima e dopo l’entrata in vigore della legge, scoprendo che le opinioni degli intervistati erano rapidamente cambiate: una volta scattato il divieto, le stesse persone che si erano dette fermamente contrarie lo erano di meno. E questo senza neppure aver avuto il tempo di adattarsi agli aspetti pratici del vivere senza bottiglie di plastica. Un puro e semplice dietrofront. Che cosa lo giustifica? L’idea dei ricercatori è che tendiamo a esprimere approvazione per una nuova legge (o per un cambiamento politico) quando diventa effettiva. Questo spiegherebbe anche perché spesso, dopo che un partito ha vinto le elezioni, i sondaggi lo premino attribuendogli persino più consensi dei voti ricevuti. «Quando capiamo che qualcosa sta per accadere, e poi accade per davvero, cerchiamo il modo di adeguare le nostre percezioni per sentirci meglio nei confronti della novità».

In altre parole, razionalizziamo le cose verso cui ci sentiamo obbligati; è un meccanismo spontaneo: come se liberassimo lo spazio del cervello per andare avanti con le nostre vite decidendo che ciò che accade non è poi così male, dopo tutto chiamiamolo sistema immunitario psicologico. In Italia questo comportamento è stato spesso assimilato al saltare sul carro del vincitore, ma probabilmente è un giudizio ingeneroso, che non tiene conto del fatto che le idee possono anche essere plastiche e che non c’è nulla di male nel cambiare il proprio punto di vista, quando l’alternativa è convincente.

Il secondo studio riguarda le opinioni sul divieto di fumare nei parchi cittadini e nelle verande dei ristoranti, adottato in Ontario (Canada) nel 2015. Gran parte degli intervistati (127) non solo avevano cambiato opinione dopo l’applicazione della legge, ma avevano persino modificato il ricordo dei loro precedenti comportamenti. Prima del divieto, i fumatori ammettevano di fumare circa il 15% delle loro sigarette nei luoghi pubblici: in seguito, gli stessi stimavano che fossero solo l’8%. Avevano insomma agito su se stessi, sui propri ricordi, per convincersi che il divieto non aveva modificato poi troppo le loro abitudini.

Un numero di utenti ha variamente espresso il concetto secondo cui non bisogna lasciare che il proprio orgoglio e la propria vanità si mettano sul nostro cammino, e che dobbiamo sempre essere pronti a cambiare punto di vista. “Impara ad uccidere il tuo ego. Ci rende ciechi e ostacola le nostre possibilità e il nostro progresso. Impara a far andare in pezzi la tua campana di vetro con semplici domande come ‘E se le cose non fossero come sembrano?’ e, ancora più importante…. ‘E se mi sbagliassi?’”.

“Facendo domande ottieni differenti punti di vista da diverse persone”“In misura maggiore o minore, tutte le nostre vite vengono arricchite dalla condivisione di pensieri e idee con gli altri”. Gli scienziati dicono che questo tipo di curiosità e ricerca di conoscenza può rafforzare le tue relazioni personali perché passi del tempo ad ascoltare, e migliora la tua performance al lavoro perché vorrai sempre imparare per migliorare.

«Non è un comportamento razionale»,«ma è una razionalizzazione: quando qualcosa diventa parte della realtà, anche quando non ti piace, trovi il modo per convincerti che non sia poi così male.»

Quella che potremmo derubricare sbrigativamente come incoerenza ha una sua ragion d’essere: cambiamo il nostro modo di pensare, in modo non del tutto consapevole, perché non sopportiamo di continuare a sentirci arrabbiati e cerchiamo un modo per convincerci che tutto andrà bene.

Secondo gli autori dello studio questo ci aiuta a liberare risorse cognitive “per andare avanti con la vita”. Un concetto che ricorda un po’ quello formulato dalla filosofa Hannah Arendt con la banalità del male: indagando sul comportamento dei tedeschi durante il regime nazista, Arendt dedusse che molti cittadini avevano infine accettato come “normalità” i programmi del regime nazista, anche se comunemente ripudiati dalla società, perché erano le nuove regole, senza riflettere sul loro contenuto. Certo questo è un caso limite.

Le conclusioni dello studio suggeriscono che i cambi di opinione non riguardano solo la nostra vita sociale e politica, ma si applicano in una varietà di scenari. «Se avete un nuovo capo al lavoro o se dovete iniziare una nuova dieta per motivi medici o se state per avere un figlio, sappiate che il vostro “sistema immunitario psicologico” probabilmente prenderà il sopravvento e vi farà guardare meglio a qualsiasi aspetto spiacevole delle nuove realtà», concluderei dicendo che noi tutti forse siamo un po lunatici e questo ci porta a capire subito come l’uomo a volte è indeciso, oppure per meglio dire, non sa proprio prendere una decisione sensata, a volte ci si rivolge ad amici e parenti chiedendo consigli, ma è solo un’ennesimo modo di prendere altro tempo su quella decisione che tarda ad arrivare, ma in definitiva solo noi o il nostro cervello sa di dover prendere quella benedetta decisione, giusta o sbagliata, sarà nostra, anche perché inconsciamente noi abbiamo già fatto la nostra scelta.

di Antonio Gentile

 

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