Omicidio Serena Mollicone, la svolta nel caso di Arce: depistaggi, perizie e nuove indagati.

Tutti in attesa che cali il sipario su una delle pagine di cronaca nera più brutte degli ultimi venti anni. Tutta Italia da quasi diciassette anni è con il fiato sospeso e quell'unica domanda: Cosa è successo davvero a Serena? Cosa potrebbe aver causato la morte di una giovane studentessa di un piccolo e tranquillo paese di provincia come Arce?

Omicidio Serena Mollicone, la svolta nel caso di Arce: depistaggi, perizie e nuove indagati.

La morte di Serena Mollicone è stata ricostruita nella caserma di Arce il 18 aprile dai carabinieri del Ris, che sono entrati nell’appartamento dove, secondo gli inquirenti, Serena Mollicone, la diciottenne assassinata nel 2001, sarebbe stata aggredita e picchiata con violenza.

Si ipotizza una nuova svolta nelle indagini sull’omicidio di Serena Mollicone, la liceale soffocata e uccisa dopo essere stata massacrata di botte nella caserma dei carabinieri di Arce nel 2001, come ha ricostruito l’ultima perizia,  la Procura di Cassino ha disposto il prelievo del Dna e delle impronte digitali sui familiari dei cinque indagati per il delitto.
Un passaggio cruciale per gli inquirenti a caccia di “microtracce” anzi, con maggior rigore, di particelle da comparare con quelle già acquisite nell’ottica della batteria di analisi concordata con la procura. Ora che la proroga di sei mesi ha posto il termine ultimo per le investigazioni a giugno/luglio.

L’ex maresciallo dei carabinieri, Franco Mottola, è il quarto indagato per la morte di Serena Mollicone. Il sottufficiale, all’epoca dei fatti in servizio, come vice comandante presso la stazione di Arce, è stato iscritto nel registro dei reati con l’accusa di concorso in omicidio volontario all’inizio del dicembre 2017.

Il pensiero va a papà Guglielmo, l’uomo che più di tutti ha combattuto fino allo stremo per fare luce sulla morte della sua bambina. Una figlia che gli è stata strappata all’improvviso, con una violenza brutale e inspiegabile. Guglielmo non ha potuto neanche riconoscere il corpo della sua bimba, (in quel maledetto infratto di cespugli nella curva del paese di Anitrella) è arrivato quando già c’erano tante persone e militari. E’ stata una squadra della Protezione civile a trovare il 3 giugno 2001 Serena, senza vita, ferita e con un sacchetto di plastica sulla testa. Eppure per Guglielmo Mollicone la direzione da seguire era già netta 17 anni fa, e dice: «Sono molto fiducioso, perché so che chi sta indagando adesso, lo sta facendo veramente per cercare la verità sulla morte di Serena, le forze dell’ordine ce la stanno mettendo tutta per dipanare questa matassa, una matassa che, ai miei occhi, era già evidente al tempo del fatto, ma prima non c’era la volontà di farlo. Adesso sì».

Ma andiamo a capire come si svolsero i fatti in quella mattina di 17 anni fa…Serena, secondo il Pubblico Ministero, venne tramortita in caserma e lasciata morire in un bosco, mani e piedi legati col fil di ferro, carta assorbente in bocca e sacchetto in testa stretto col nastro adesivo. La studentessa modello, la figlia affettuosa che si prende cura del genitore dopo la morte della mamma, la clarinettista nella banda del paese, viene trovata così alle 7,30 della mattina del 3 giugno, 36 ore dopo la sua scomparsa, tra i cespugli di un boschetto in località Fonte Cupa di Anitrella. Una morte apparsa subito strana. La notte prima ha diluviato, ma la camicia a fiori e il pantalone scuro che Serena indossa, gli stessi abiti con cui il venerdì è uscita di casa, sono asciutti. E l’autopsia dice che il decesso, nonostante i segni di percosse e una frattura alla tempia destra, è avvenuto per asfissia. Non ci sono segni di stupro. Serena frequenta con ottimi risultati l’ultimo anno del liceo pedagogico a Sora, dove va tutti i giorni in pullman. La mattina della sparizione ha fatto tappa a Isola del Liri per una visita odontoiatrica e poi doveva raggiungere il fidanzato, alle 14,00. È lui ad avvisare il padre che la figlia non è mai arrivata e la sera il genitore si decide a chiamare i carabinieri. Padre e fidanzato finiscono sotto inchiesta in momenti diversi e presto ne escono. A casa di Guglielmo Mollicone, durante una seconda perquisizione, compare il cellulare Nokia della vittima che prima non c’era e che lei portava sempre con sé. Anche un altro sospettato viene chiamato in causa: è un carrozziere di 35 anni, Carmine Belli che, forse in cerca di notorietà, dice di aver dato un passaggio alla ragazza. Ma poi ritratta. Nella sua officina spuntano un frammento della prenotazione medica di Serena e un nastro adesivo simile a quello usato sul cadavere. Belli finisce a processo, ma Corte d’Assise e Cassazione non solo lo assolvono ma stigmatizzano le indagini condotte «con accanimento anche in mancanza di riscontri sulle prove».

Si arriva così al 2008. Il brigadiere Santino Tuzi dice ai pm di aver visto entrare Serena Mollicone in caserma, anzi nell’alloggio in uso alla famiglia Mottola su precisa indicazione del comandante, alle 11 del venerdì e di non averla vista uscire fino alle 14,30 quando stacca dal servizio. Il brigadiere ha appuntato il nome della 18enne sul registro delle presenze dove poi risulta sommariamente cancellato. Quattro giorni dopo la deposizione, Tuzi si spara. La figlia parla di un gesto per proteggere la famiglia da ricatti e pressioni. E siamo ai giorni nostri. Una perizia dell’istituto Labanof di Milano appura che la ferita alla testa della ragazza (il corpo è stato riesumato nel 2016) è compatibile con i segni su una porta sequestrata nell’alloggio del comandante (tuttora in servizio). Racconta il padre Guglielmo che Serena aveva avuto un flirt con Marco Mottola, interrotto perché lui era coinvolto in un giro di spaccio. Quel giorno in caserma voleva forse denunciarlo.

La relazione, disposta per accertare eventuali correlazioni tra la morte di Serena e la sua presenza il primo giugno nella caserma dei carabinieri di Arce, è stata depositata in procura dopo circa un anno e mezzo. Da quanto emerso sul lavoro svolto dalla consulente, la frattura sul capo di Serena compatibile con il segno di rottura su una porta sequestrata all’interno della caserma di Arce. La perizia, sviluppata in 250 pagine, da quanto si è appreso ipotizza una compatibilità maggiore rispetto al fatto che possa essere stato invece un pugno a rompere quella porta. I risultati degli accertamenti svolti da Cristina Cattaneo ora sono all’esame del procuratore capo di Cassino Luciano d’Emmanuele e del sostituto procuratore Maria Beatrice Siravo che continuano a indagare per dare un nome, dopo oltre 17anni d’attesa, all’assassino della studentessa di Arce.

 

Come già era avvenuto per il nastro adesivo e per gli indumenti indossati da Serena, anche in questo caso a parlare potrebbero essere proprio le microtracce. Questa volta i tre consulenti del Ris incaricati dalla Procura di Cassino, Della Guardia, Casamassima e Scatamacchia, hanno il compito di isolare le particelle che 17 anni fa non vennero (o non fu tecnicamente possibile farlo) isolate. E secondo i bene informati sotto la lente potrebbero essere finiti persino i componenti della vernice della porta “incriminata”. Quella contro cui, stando alle ricostruzioni effettuate finora, Serena sarebbe stata scaraventata: per gli inquirenti, la diciottenne sarebbe stata aggredita in un appartamento in disuso della caserma «dove le sarebbe stata fatta sbattere con violenza la testa contro la porta». Visti gli elementi trovati sui fuseaux, se la lite o la violenza, ed è bene continuare a restare nel campo delle ipotesi, potrebbero essere avvenute all’interno degli alloggi, così come tratteggiato sino ad oggi nelle ricostruzioni e così come blindato dalla procura con le ultime iscrizioni nel registro degli indagati, il corpo della studentessa potrebbe essere stato, quindi, spostato in seconda battuta in una zona in cui questi metalli sono presenti. Un’immagine suggestiva che troverà conferma o smentita solo nell’indagine comparativa in corso. Sta di fatto che l’assassino di Serena è ancora “a piede libero” e il padre non molla, perché lui lo vuole vedere consegnato alla giustizia, Guglielmo, vuole la verità!!!

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di Antonio Gentile

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Greg
4 anni fa

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mm
4 anni fa

Ringraziamo GREG per il suo commento, sebbene scritto in lingua inglese. Ci siamo industriati di tradurlo e lo abbiamo girato al nostro webmaster dott.ssa GABRIELLA SCALAS (Catania), nonchè al Coordinatore della redazione de IL POPOLO dott. ANTONIO GENTILE (Frosinone).

Suppongo che il commento di cui trattasi riguardi la necessità di aumentare l’audience del nostro sito ed a quanto ho capito anche GREG ha avuto in passato medesime problematiche.

Giro dunque la osservazione pervenutaci a Gabriella e ad Antonio, avvalendomi della massima latina < de minimis non curat praetor >. Un cordiale saluto e buona domenica. A.S.