L’Utopia dentro di noi.

L’Utopia dentro di noi.

www.ilpopolo.news * di RAFFAELE BUSSI *

Il dibattito in corso sulla “crisi delle ideologie” nell’intento di definire i motivi della crisi che attanaglia il Paese, ha fatto spendere fiumi d’inchiostro a chi al problema si è accostato per definirlo e ad esso offrire risposte e soluzioni adeguate. La schiera di coloro che danno ampio credito a tale processo mi sembra sia più nutrita di quella che ritiene le cause del problema di altra natura ed è convinta che la crisi delle ideologie rappresenti il paravento di un fenomeno che affonda altrove le radici.

Ad avallare tale fenomeno concorrono accanto alle singole posizioni, le terminologie devianti, la particolarità e contingenza di certe definizioni, i confusionismi dialettici derivanti da univoche catalogazioni della dizione “ideologia”. Definito il concetto di ideologia come sistema di idee politiche o pensiero filosofico strettamente coordinato e coerente, è opportuno addentrarsi in esso per meglio definirne caratteri, contenuti e limiti, per approdare ad una reale catalogazione e definirne le tipologie.

Tale analisi si rende necessaria soprattutto per ridefinire momenti di ordine ideologico che rappresentano atti propositivi delle strutture partitiche, una verifica per non correre il rischio che, nell’individuazione dei motivi della crisi che coinvolge la società civile, possa definirsi una causa piuttosto che un’altra. Onde evitare tale rischio è bene evitare gli affastellamenti dialettici su concetti e dizioni che meritano catalogazioni specifiche chiare ed inequivocabili.

 

Una prima catalogazione all’interno delle ideologie ci porta ad evidenziare in esse caratteri di elasticità e rigidità. Certamente il concetto di ideologia non può essere assegnato senza riserve a quell’insieme di postulati che sorreggono organizzazioni le quali supportano ideologicamente forme statuali che trovano nel totalitarismo e nella coazione a tutti i livelli i motivi di sopravvivenza, organizzazioni alle quali più volte Ignazio Silone aveva opposto il suo più netto rifiuto.

Sono proprio queste che presentano caratteri di rigidità e che ricadono sotto l’appellativo di “dogmatismi”, la volontà di erigere la società su canoni improntati alla violenza cieca ed al dissenso. Al contrario mi sembra escludere da tale categoria le ideologie propriamente dette o pure, che presentano caratteri di elasticità, prefiggendosi l’obiettivo di costruire il modello di società su presupposti che rispecchiano le reali esigenze della società, sottoposta alla spinta innovativa del tempo e della Storia.

Resta, in ultima analisi, l’esigenza di ridefinire e catalogare il termine di “Utopia” e ad esso assegnare nuovi contenuti, come giustamente annota Martin Buber secondo il quale non è possibile definire utopistico qualcosa in cui non abbiamo messo alla prova tutte le nostre energie. Circa l’edificazione della società futura non può sfuggire la diversità delle concezioni su esposte, la prima ispirata a principi dogmatici è il rischio che si può correre in una realtà post-rivoluzionaria alla fine di una dittatura, la seconda trova fondamento in una realtà pre-rivoluzionaria per affrancarsi da regimi dispotici ed autoritari.

A parte le dovute eccezioni determinate dai singoli contesti storico-politici, è la seconda che cresce, si sviluppa e trova realizzazione all’interno del sistema esistente attraverso un intenso e continuo rinnovamento dal momento che una società che mira ad una sostanziale uguaglianza di diritti e doveri richiede continue e puntuali verifiche di tenuta. Interessante l’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Milovan Gilas per soffermarci sul significato del termine “Utopia” nel dibattito ancora in atto all’interno della Sinistra.

 

L’idea del socialismo oggi è un po’ confusa, essa si è fatta strada pagando le conquiste con anni di galera. Eppure il socialismo di oggi è una specie di gabbia per il cervello. Troppo pragmatico, troppi affari. Bisognerebbe farlo tornare all’Utopia.

E’ necessario, dopo la catalogazione delle ideologie in rigide ed elastiche, verificare, all’interno della Sinistra, come campo estensivo di un dibattito complessivo, il reale significato da attribuire al termine, molte volte alterato ed interpretato alla luce di luoghi comuni. Ad un’utopia comunista di segno marxista si contrappone quella socialista e mentre la realizzazione della società futura per i primi è scaturita dopo la rivoluzione, per i secondi è ordine democratico precostituito.

L’Utopia comunista hanno meditato il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà attraverso l’abbattimento con la forza dello stato preesistente, sulle cui ceneri poi edificare il “nuovo” attraverso ferree leggi scientifiche, frenando l’espressione e lo sviluppo dell’individualità.Le immagini dei paesi dell’est europeo, primo fra tutti l’Unione sovietica è l’esempio del fallimento del tentativo di realizzare una società alla quale non solo non è stato assegnato il regno della libertà, ma che non riesce neanche a venir fuori dal regno della necessità.

Una società che si regge sull’operato di burocrati, i quali hanno edificato un modello di Stato coercitivo e totalitario, mentre l’attuazione dell’Utopia socialista non marxista passa per una ristrutturazione della società esistente, modificandola dall’interno e non attraverso la pratica rivoluzionaria che tutto distrugge, un cambiamento attraverso continue modifiche migliorative per arrivare gradatamente ad un modello di società in grado di accorciare il divario tra i più ricchi ed i meno abbienti, privilegiando un divenire economico ed una dinamica sociale che non pongano freno ne contengano lo sviluppo dell’individualità.

 

Ecco perché sembra opportuno raccogliere l’invito di Gilas per un ritorno del socialismo alle sue origini teoriche e non l’invito di Ruggero Puletti che propone la norma per far prevalere il realismo sull’utopia. Norberto Bobbio, in una sua riflessione sulle colonne de La Stampa, Tentati dalla Destra, propone una distinzione delle ideologie in pure o elastiche, egualitarie o rigide, egualitarie ed inegualitarie e libertarie ed autoritarie.

Ecco che alla luce di tale catalogazione, risulta chiara la necessità di inserire l’utopia socialista di matrice non marxista nel campo delle ideologie pure, dimostrando che si può parlare di “crisi delle ideologie” solo nei confronti di quei sistemi rigidi inegualitari ed autoritari (comunismo, nazismo, fascismo, franchismo e regimi similari) e non viceversa verso strutture ideologiche elastiche, egualitarie e libertarie. Circa poi il rapporto tra scienza ed ideologia, credo che il problema non consiste nel far valere la norma che il realismo si affermi sull’Utopia (Puletti) o nel considerare l’Utopia su basi prettamente scientifiche.

Potremmo correre il rischio di avvalorare la tesi di coloro che vogliono a tutti i costi attribuire alle ideologie la crisi del nostro tempo ed inoltre consegnare al pragmatismo più sfrenato l’edificazione della società. Sembra chiara la necessità di far tornare il socialismo all’Utopia come suggeriva Gilas, per sottrarlo al ruolo di “gabbia per il cervello” , necessità che porta a sganciare il mondo dalla pietrificazione verso la quale è scivolato e che l’ha affidato a nuovi deliri come denuncia lo scrittore franco-romeno Cioran in Storia ed Utopia. Una tale impostazione si tradurrebbe in una rappresentazione non di rigido principio e senza il rischio di cadere nel dogma, Ma Idea da alimentare continuamente nell’opera di trasformazione della società.

 

Non è possibile pensare alla sola scienza in grado di trasformare la società senza l’apporto di quei momenti ideali verso i quali indirizzare l’azione, non è concepibile ipotizzare ai due momenti separatamente, essi sono interdipendenti ed il primo è indispensabile al secondo se non si vuole affidare il futuro ad una crescita disorganica e socialmente scriteriata. Coloro che intendono sottrarre l’edificazione della società futura al grande disegno utopico per affidarla al solo pragmatismo corrono il rischio di sfuggire a principi di organicità, consentendo una crescita disorganica e squilibrata.

E’ palese il limite di coloro che vogliono spogliare le ideologie del loro valore intrinseco di Idee-guida, attribuendo ad esse contorni e contenuti di falsa rappresentazione e coscienza reali. E’ quanto ribadisce Wilfredo Pareto, sulle orme di Marx nel Trattato di sociologia generale e nei Systemessocialistes, pur se alla fine percorre una strada che si allontana da quella seguita dallo stesso Marx, il quale attraverso la critica alle ideologie, nel tentativo di formare una coscienza non ideologica per trasformare la società divisa in classi, privilegi proprio il concetto di “ideologia”, accentuando e rafforzandone il valore.

Nel momento in cui affida la costruzione della società futura al momento post-rivoluzionario rivaluta e riafferma il primato dell’Utopia, che è la massima espressione del momento ideologico. Ecco perché va raccolto di Martin Buber a rivedere il concetto di Utopia, pur dopo aver definito la linea di demarcazione tra utopia socialista e utopia marxista.

Ecco perché è errato pensare di non poter pervenire al modello di società ideale, determinandola attraverso la massima espressione di libertà individuale, un modello di società alla quale pervenire attraverso il continuo operare e che nel soddisfare bisogni e necessità sociali rappresenta l’aspirazione ad un modello “utopistico”. La crisi del nostro tempo non affonda le radici nelle ideologie, bensì in comportamenti che hanno trasformato le strutture partitiche che dovrebbero tutelare i legittimi interessi delle classi sociali, piuttosto che terreno dove prevalgono interessi personali.

Ai fautori che privilegiano il solo e puro pragmatismo, quali convinti assertori dell’Utopia come rappresentazione di un mondo irrealizzabile, Buber, Silone, Cioran e non ultimo MilovanGilas rispondono auspicando il ritorno all’Utopia, riaffermando il primato dei momenti ideali sul puro pragmatismo, dell’ideologia sulla scienza, del supporto che la prima deve offrire alla seconda se si vuole evitare il rischio di costruire in modo disordinato e approssimativo il futuro. I due momenti sono indispensabili l’uno all’altro.

Il limite ad un’azione politica corretta è rappresentato dalla convergenza degli opposti estremismi, una compromissione che consente di convergere verso una comune strategia e che rispolvera principi e asserzioni di machiavellica memoria pur di reggere la cosa pubblica. Il richiamato ritorno all’Utopia pare quanto mai opportuno e per nulla “una diagnosi romantica” come afferma Maurizio Chierici sulle colonne de Il Corriere della Sera nel commentare le affermazioni di Gilas. Ma al di là di revisioni concettuali dei termini, credo sia errato l’uso del termine “ritorno”, in quanto l’Utopia, che nel linguaggio comune è passata come la proiezione d’un mondo irrealizzabile, la portiamo da sempre dentro di noi.

 

L’essere umano è continua utopia vivente, dal momento che nell’operare per soluzioni migliorative raggiunte, in quello stesso momento si attrezza per il raggiungimento di fasi successive nella realizzazione di un disegno finale che è superamento continuo ed inarrestabile. Si tratta di superare il concetto di Utopia quale mondo perfetto predisegnato scientificamente, determinandolo come mondo perfettibile da costruire giorno dopo giorno, in un superamento continuo delle richieste e necessità che provengono dal basso, pervenire al punto prestabilito, coglierlo e superarlo in una incessante dinamica che non ha fine. Il privilegiare i momenti di natura ideologica significa evitare che i momenti esecutivi restino episodi a se stanti, non indirizzati ad un disegno molte volte necessario e rispondente alle reali necessità.

 

Ignazio Silone ci ammonisce che a contendersi l’anima del socialismo saranno Scienza ed Utopia e che a prevalere sarà quest’ultima, dal momento che la scienza può cambiare nel breve volgere degli anni, mentre l’utopia può sopravvivere al corso dei secoli proprio “quanto l’inquietudine nel cuore dell’uomo”.

Circa il dibattito sulla “crisi delle ideologie”, credo sia più corretto parlare di disaffezione ideologica, dal momento che le ideologie, quelle pure, non possono recepire crisi all’interno della propria struttura. Ma la disaffezione lascerà il campo sotto i colpi delle ragioni della Storia, allorquando l’inquietudine all’apice della tensione prenderà definitivamente atto della grande Utopia che è dentro ciascuno di noi.

 

RAFFAELE BUSSI – CASTELLAMMARE DI STAPIA (PROV. DI NAPOLI).

 

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