Dati Istat : 18 milioni di italiani a rischio povertà.

Un terzo degli italiani a rischio default, i dati più preoccupanti riguardano la situazione del Sud Italia, dove è a rischio di povertà o esclusione sociale quasi la metà degli individui.

Dati Istat : 18 milioni di italiani a rischio povertà.

Le stime diffuse in questo report si riferiscono a due distinte misure della povertà: assoluta e relativa, elaborate con due diverse definizioni e metodologie, sulla base dei dati dell’indagine sulle spese per consumi delle famiglie; secondo gli ultimi dati Istat, il 30% degli italiani, ossia 18.136.663 individui, sono a rischio povertà. Il dato, riferito al 2017, è in aumento rispetto all’anno precedente, fa sapere l’istituto di statistica, e “l’obiettivo di Europa 2020 rimane quindi molto lontano”. In Europa, invece, la povertà nel 2016 è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2015, con un’incidenza del 23,5% della popolazione, ossia 118 milioni di persone a rischio.

Le famiglie hanno più soldi da spendere rispetto agli anni peggiori della crisi: 29.988 euro di reddito netto annuo, in media. Le medie però hanno sempre il problema che il poeta Trilussa aveva magistralmente sintetizzato in romanesco: «Secondo le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra ne le spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perché c’è un antro che ne magna due». L’Istat precisa che la crescita del reddito medio è il frutto di un forte aumento delle entrate del 20% più ricco degli italiani, in particolare dei lavoratori autonomi, che si sono rialzati dopo anni difficili. Il rapporto tra il reddito del 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero è balzato così dal 5,8 del 2014 al 6,3 del 2015.

Preoccupa particolarmente il dato relativo al Meridione d’Italia, dove il rischio povertà o comunque di esclusione sociale si avvicina addirittura al 50%: per la precisione, si attesta al 46,9% contro il 19,4% delle regioni del Nord. Critiche anche le condizioni dei minori, con l’incidenza di povertà assoluta pari al 12,1%. Contestualmente, scende il tasso di abbandono scolastico, a conferma di un aumento della scolarizzazione. Nel 2016 il dato scende al 13,8%, rimanendo sostanzialmente invariato nel 2017. Anche in questo caso, vi sono però importanti differenziazioni a livello territoriale, a svantaggio del Sud. A livello nazionale, non raggiungono la sufficienza in lettura il 21% dei 15enni (nel 2012 erano il 19,5%), mentre la sufficienza in matematica e scienze non viene raggiunta dal 23,3%. La popolazione di 30-34 anni che ha completato l’istruzione terziaria nel 2017 raggiunge quota 26,9%.

Dagli ultimi dati Istat emerge anche un altro dato assai significativo: Le donne italiane sono più brave lungo il percorso formativo rispetto agli uomini ma scontano un forte divario in termini occupazionali, contrattuali e retributivi.

Le donne italiane registrano risultati più brillanti lungo il percorso formativo e in quasi tutti gli indirizzi di studio rispetto ai colleghi maschi, ma sul mercato del lavoro scontano ancora un forte divario in termini non solo occupazionali e contrattuali, ma anche e soprattutto retributivi. le donne di 30-34 anni laureate raggiungono quota 34,1%, contro il 19,8% degli uomini. Le attività di istruzione e formazione degli adulti continuano a crescere: nell’anno 2016, il 41,5% degli individui di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha svolto almeno un’attività formativa nell’arco degli ultimi 12 mesi.

La crescita delle diseguaglianze non sarebbe così allarmante se non si accompagnasse a un aumento della povertà. L’Istat conta 18,1 milioni di italiani che secondo i criteri europei vivono in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. È il 30% della popolazione, quota in aumento per il terzo anno consecutivo (era al 28,7% nel 2015) nonché il dato più alto da quando, nel 2004, sono iniziate le indagini Eu-Silc. Sono tre i parametri che il progetto europeo utilizza per inserire le famiglie nella categoria “a rischio povertà o esclusione sociale”.

Il primo riguarda il reddito “equivalente”, quello che tiene conto anche delle economie di scala che si possono fare all’interno di una famiglia: se quel reddito è inferiore al 60% della mediana nazionale (la mediana è il dato che divide esattamente a metà la popolazione, con metà che guadagna di più e metà che guadagna di meno) allora la famiglia è considerata a rischio povertà. È in questa condizione il 20,6% delle famiglie italiane, percentuale in crescita rispetto al 19,9% del 2015.

Chi si trova in almeno una di quelle tre condizioni finisce nel novero delle “persone a rischio di povertà o esclusione sociale”. La media nazionale del 30%, ma dietro ci sono situazioni molto diverse per geografia e tipo di famiglia. Al Sud e nelle Isole la quota di popolazione a rischio povertà vola al 46,9% delle famiglie, mentre salendo lungo la Penisola si scende al 25,1% delle famiglie dell’Italia centrale per arrivare al 21% del Nord-ovest e al 17,1% del Nord-est. Sono tutte percentuali in crescita rispetto ai dati del 2015, con il Nord-ovest che segna l’aumento più forte, salendo di 2,5 punti.

Il risultato è ora sotto i nostri occhi: un Paese più debole è più povero. Forse è il tempo di riprendere a pensare che il retaggio esemplare del passato, se non vissuto all’insegna della pura imitazione, quanto piuttosto della possibile emulazione, costituisce la materia prima indispensabile per qualsiasi politica di sviluppo. Vent’anni di illusioni non devono rappresentare l’ipnosi di massa per continuare a scivolare lungo una pericolosa spirale di degrado. Che dire, o che fare? Ecco, che in questa luce si staglia una piccola verità. Il cattolicesimo politico può essere il lievito di una nuova coscienza pubblica, necessaria alla conquista e alla difesa del bene comune, anche in virtù del suo passato intrecciato, dal dopoguerra fino agli anni ’70, con il successo dell’Italia nel mondo.

Bisogna uscire dal torpore generato, con lenta progressione, dalla consumazione di un vecchio personale politico. Non a caso per volontà di molte Associazioni che fanno riferimento ai valori cristiani e alla DC si sono adoperate per la rinascita di un partito, nella prima fase l’avvio di una Federazione denominata Democrazia Cristiana e poi con tutte le componenti della Dc, hanno dato mandato al portavoce l’On. G. Rotondi che avrà l’onere di andare a consulta con l’On.Cesa della UDC e definire l’accordo storico che avviene esattamente a distanza di 25 anni, un momento definito dalla cronaca e dai Mas media “Storico”, questa fase non è altro che la volontà di milioni Italiani, ormai stanchi di una politica demagogica, ora si punta alla rinascita della Democrazia Cristiana Italiana.

di Antonio Gentile

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