Alle 3:36 del 24 agosto 2016 terremoto magnitudo 6.0 colpisce l’Italia centrale : Amatrice al suolo.

Come si è mosso il Governo e cosa hanno fatto le istituzioni per le vittime del terremoto, tra risorse erogate, progetti a lungo termine e la solita tara della burocrazia.

Alle 3:36 del 24 agosto 2016 terremoto magnitudo 6.0 colpisce l’Italia centrale : Amatrice al suolo.

Articolo di Antonio Gentile www.ilpopolo.news – www.democraziacristianaonline.it

L’orologio del campanile di Amatrice segna ancora l’orario della tragedia. Erano le 3:36 del 24 agosto 2016 quando un forte sisma di magnitudo 6.0 della scala Richter devastava l’area fra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo provocando 300 morti e 388 feriti.
Rasi al suolo i comuni più vicini all’epicentro: Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto. E proprio ad Accumoli, e nella vicina Amatrice, si registrarono i danni più gravi: il centro di Amatrice venne polverizzato, Accumoli cancellata.

Tragico il bilancio anche nelle Marche nel Comune di Arquata e nella frazione di Pescara del Tronto. Case crollate, corpi senza vita estratti da sotto le macerie. Un evento catastrofico che nessuno si sarebbe aspettato ma che in pochi secondi spazzava via interi paesi e tante, troppe vite umane.
La scossa più forte era avvertita anche a Roma, Napoli e perfino Firenze e Trento. La zona dell’evento sismico si trova in un’area sismologica molto attiva in Italia che comprende anche l’Aquila, dove il terremoto del 6 aprile 2009 provocò oltre 300 morti e circa 65.000 sfollati.
Ci si rese subito conto della gravità della situazione, con un alto numero di vittime poiché i territori colpiti, che d’inverno sono abitati da un modesto numero di residenti, erano in quel momento nel pieno della stagione turistica e ospitavano un numero molto maggiore di persone. Specialmente Amatrice dove tre giorni dopo si sarebbe dovuta tenere l’attesa sagra dell’Amatriciana.
La drammatica frase del sindaco Sergio Pirozzi ” Amatrice non c’è più!” faceva il giro del mondo. Uno dei borghi più belli d’Italia non esisteva più. La via principale del corso diventava simbolo di devastazione. L’Hotel Roma si sbriciolava mentre i suoi 70 ospiti dormivano nelle camere con vista sui monti Sibillini.

I primi soccorsi arrivarono sui luoghi del sisma già a poche ore dalla prima scossa, seppure con un certo ritardo nel raggiungere le frazioni più isolate a causa dei numerosi ponti crollati e delle strade ostruite dalle macerie. Vigili del fuoco, protezione civile, polizia, carabinieri, corpo forestale e anche l’esercito, con l’aiuto anche delle unità cinofile, scavarono a mani nude tra le macerie per cercare di salvare eventuali persone ancora rimaste intrappolate. I medici e i paramedici hanno soccorso i primi feriti all’aperto. Molte le persone estratte vive, ma molte anche le vittime.
Scattava fin dai primi momenti una gara di solidarietà, non solo in Italia, per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto che ancora continua. Come le macerie che oggi sono diventate simbolo di quei luoghi devastati.

La stima finale e complessiva dei danni è stata di 23,55 miliardi di euro ed ha riguardato 131 comuni del Centro Italia, tra Umbria, Lazio, Marche e Abruzzo, con 38.883 edifici non utilizzabili dei 95.990 esistenti nei comuni investiti dal sisma.

Un grazie ai colleghi di Liritv.it per il fantastico documentario curato dal videomaker Augusto D’Ambrogio.

Ad un anno di distanza molto è stato fatto, ma ancor di più si dovrà fare.
Delle 3830 casette da installare in 42 Comuni, ne sono state consegnate soltanto 456, mentre a poche settimane dalla riapertura delle scuole delle 2409 scuole controllate, ne sono agibili solo 1585.
Intanto un altro elemento di polemica si aggiunge al rituale delle celebrazioni, Vasco Errani, commissario straordinario per la ricostruzione, si è dimesso, senza spiegare i motivi e in anticipo sulla scadenza del mandato.

Alcuni studi hanno mostrato come dopo il sisma il consumo di farmaci contro ansia e insonnia sia cresciuto del 72% nelle zone colpite. L’aumento è stato confermato dal dottor Massimo Mari, coordinatore della funzione psicologica dei servizi alla persona per le vittime del terremoto nella Regione Marche, che ha spiegato di aver notato una crescita del consumo di benzodiazepine, cioè di tranquillanti minori nell’area di Camerino del 70%, mentre «aumenti minori sono stati riscontrati anche per antidepressivi e antipsicotici, rispettivamente del 7% e 3,8%. L’aumento quindi c’è stato. E, sì, le persone stanno ancora molto male perché il trauma è stato estremamente violento». Secondo i report del presidio di supporto psicologico e assistenza infermieristica di Emergency nei comuni di Camerino, Pieve Torina, Muccia, Visso e Tolentino, il susseguirsi delle oltre 80mila scosse da agosto 2016 ha posto la popolazione “in uno stato di continua sollecitazione, in particolare rileviamo un pensiero pervasivo relativo agli eventi sismici, elevata reattività agli stimoli, ipervigilanza soprattutto all’arrivo della sera, difficoltà notevoli nell’addormentarsi e disturbi del sonno”. Ai medici vengono riferite dai pazienti “numerose situazioni di conflitti relazionali (familiari, coniugali e/o sociali) sia nati a seguito del sisma, sia pregressi a questo evento e da questa condizione slatentizzati. Quello che si osserva si può definire una condizione di ‘lutto della progettualità’, un vissuto di natura depressiva che coinvolge tutti i livelli di funzionamento sociale, dall’individuo alla comunità”.

La condizione è particolarmente delicata per la popolazione sfollata che è stata ospitata negli alberghi della costa, lontano dai loro paesi d’origine, come successo a molti abitanti della maggior parte dei comuni tra l’Amatriciano e il Piceno. Alcuni di loro, afferma Emergency, stanno “rientrando dalle zone costiere e prendendo possesso dei Sae. Il rientro in un territorio profondamente cambiato e l’impossibilità, nella stragrande maggioranza dei casi, di rientrare nella propria abitazione pone la popolazione in uno stato di ulteriore fragilità e difficoltà di adattamento”. Come ha spiegato un attivista della rete Terre in Moto in un’intervista, infatti, comunità intere che sono state disperse: «Il rapporto nei paesi è molto basato sulla prossimità. Anche nei paesi che non sono stati distrutti, molti abitanti sono andati via, perché avevano la casa danneggiata o perché non vedevano più un futuro lì, e questo significa relazioni sociali che si interrompono, bar e negozi che chiudono». Secondo Emanuele Sirolli, psicologo volontario del Gruppo umana solidarietà (Gus), vivere a lungo in un albergo, sradicato dalla propria vita può causare alienazione, per cui in generale «le persone che hanno ancora un lavoro stanno meglio o che in qualche modo stanno cercando di riavviare la propria attività, anche se costretti a viaggiare per centinaia di chilometri al giorno».

 

Il gruppo di ricerca Emidio di Treviri (un progetto nato dalle BSA) ha condotto uno studio per cercare di capire cosa ha significato per gli abitanti del cratere allontanarsi dai propri luoghi di origine e trapiantarsi in nuovi contesti. “Se avessimo potuto scegliere di rimanere nessuno sarebbe venuto qui, ma non abbiamo avuto altra scelta, in molti dovevano portare via i bambini dalle tende, altri avevano a carico persone molto anziane che avevano bisogno di cure”, ha spiegato ai ricercatori una donna di 50 anni ospitata in una struttura di San Benedetto del Tronto. Molti intervistati hanno manifestato quello che viene definito “displacement trauma”, una sindrome di spaesamento che emerge quando le persone vengono forzosamente delocalizzate, con conseguenze per la salute.

I disturbi – alimentari, psichici, fisici – vengono acuiti dal “prolungamento dell’incertezza”, che aumenta anche il ricorso ai farmaci. “Se avessero preso decisioni diverse, noi saremmo rimasti qui tre mesi e avremmo resistito anche a star lontani e nonostante la difficoltà avremmo reagito. tutto questo tempo, e nessuna soluzione reale, il conflitto aumenta, siamo lasciati vivere”, ha detto ai ricercatori Renato, un altro degli intervistati. “Siamo sopravvissuti al terremoto e ci sta uccidendo lo Stato. Ci hanno detto di cambiare medico, di prenderlo qui, ma io non l’ho fatto. Preferisco prendere la macchina e tornare a casa, ho bisogno di vedere che succede e di sapere che tornerò”.
A San Cipriano ci sono le famose casette post sisma. Sono 35, non si chiamano Case (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) o Map (Moduli Abitativi Provvisori) come quelli aquilani, ma Sae (Soluzioni Abitative d’Emergenza): cambia l’acronimo degli alloggi definiti “provvisori” ci si augura, non solo nel nome. Ogni schiera ha un parco giochi per i bambini, una piccola area verde e e qualche “orto fai da te” che rappresenta la voglia di restare anche di fronte alla natura che fa e poi disfa.

A Posta, altro comune del cratere sismico invece, le Sae si fanno attendere. “I moduli abitativi sono stati già assegnati a 18 famiglie, ma sono ancora sigillati perchè mancano le utenze”  ci spiega il sindaco Serenella Clarice.
Ancora una volta la burocrazia è il muro contro il quale l’emergenza non ha armi. Così come si è impotenti contro il tempo che scorre veloce. “A due anni dal terremoto sono finalmente pronti i moduli provvisori che dovranno accogliere 18 famiglie sfollate. Famiglie che, dopo aver trovato riparo temporaneo in tende e roulotte, sono in attesa della loro nuova sistemazione. I SAE sono pronti da giugno e ogni famiglia sa quale sarà il proprio, ma le lungaggini burocratiche non consentono di velocizzare l’attacco delle utenze” ci spiega il vice sindaco Marcello Etrusco. La Regione Lazio li ha consegnati al Comune di Posta sguarniti delle utenze e ha lasciato al comune la patata bollente delle utenze. L’Anas, per facilitare il tutto, non acconsente a far passare a fianco della Salaria il tubo della corrente, così saranno costretti a far passare un tubo volante che attraversi la Salaria per poter fornire i nuovi Sae della luce.

A Posta si attende, così come ad Amatrice, così come in tutti i comuni e nelle piccole frazioni del centro Italia. Non resta altro che attendere. e che Dio li protegga.

di Antonio Gentile