L’URGENZA DEL DIRITTO DEL LAVORO IN CALABRIA ! * PRIMA SECONDA *

L’URGENZA DEL DIRITTO DEL LAVORO IN CALABRIA ! * PRIMA SECONDA *
Vincenzo Cesareo (Cosenza)

A cura di Dott. Vincenzo Cesareo (Cosenza)

vincenzo.cesareo@dconline.info * www.ilpopolo.news *

Editorialista de < IL POPOLO > della Democrazia Cristiana

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Quello che solitamente viene chiamato il fenomeno dell’emigrazione, ma che io preferisco chiamare la “deportazione”, e cioè il trasferimento al Nord di milioni di calabresi, sottomessi e spinti a lavorare per il miracolo economico lombardo, o piemontese, o ligure o romano, è uno dei più grandi atti di sopraffazione di massa compiuti sotto l’occhio benevolo della Repubblica italiana.  È un delitto. E non ha trovato opposizione.

Neppure la sinistra, nel dopoguerra, si è mai fatta carico di questa gigantesca ingiustizia. Perché? Perché purtroppo, in Italia, anche la sinistra è settentrionale.

La Calabria, nonostante grandi personaggi politici isolati, come Gullo, o Mancini, o Misasi, non ha mai avuto una sinistra.

Così come tutto il Mezzogiorno d’Italia. Nasce da qui, esattamente da qui, la consuetudine di cancellare il Diritto della Calabria, e in particolare il Diritto del lavoro.

Mi piace ricordare qualcosa di scandaloso. La ‘ndranghetta dà ad un picciotto mille euro al mese.

Un coetaneo del picciotto che lavora legalmente a tempo pieno in un call center, o in campagna, o anche in ufficio e persino in un giornale, come giornalista? È facile che guadagni meno della metà.  In Calabria un trentenne con uno stipendio di sette o ottocento euro si considera fortunato.

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In queste condizioni c’è da stupirsi se la ‘ndrangheta prospera?

Ed aumentando il numero dei poliziotti e dei giudici, a volte ottime e spesso eroiche persone, le cose possano migliorare?

Non sono domande retoriche, né polemiche, però sento che sono domande drammatiche e penso che sia giusto porle.

Il vero problema è che qui manca la classe dirigente. La Calabria ha bisogno di una classe dirigente che sappia rappresentare il popolo, che abbia progetti di sviluppo della Regione, che sappia sbattere i pugni sul tavolo a Roma e assumersi finalmente là responsabilità dell’affermazione dei diritti.

Vedete, io penso che la Calabria soffra dell’assenza delle classi sociali che hanno costruito l’Italia: la borghesia e la classe operaia. Qui non c’è borghesia: c’è il padronato. E non c’è classe operaia: c’è un popolo sconfitto, sfregiato, deportato, oppresso, e che non riesce ad uscire dalla rassegnazione.

Sì: il “padronato”, proprio con quell’accezione assolutamente negativa della parola che usavamo noi ragazzi degli anni settanta. Un padronato che considera il proprio borsellino come un Dio, e tratta gli ‘esseri umani come cose, accidenti, strumenti, rifiuti”.

Già lo ha detto il papa, ha usato, indignato questa parola: “rifiuti”.

Per una volta fatelo scrivere anche a me: viva il papa. Ma voglio dire anche qualcosa sulla magistratura. In realtà non ho grande stima per quasi tutti gli investigatori calabresi, credo però che il compito di un professionista sia quello di mettere sempre sotto controllo e sotto accusa il potere.

E io sono persuaso che oggi in Italia, ma soprattutto in Calabria, il potere dei magistrati sia, insieme al potere economico e padronale, di gran lunga il potere più forte. Per questo io considero il garantismo un valore assoluto, da difendere coi denti, come caposaldo della civiltà.

Oggi il garantismo è pesantemente messo in discussione, anzi sconfitto, dal dilagare, nell’opinione pubblica, di un feroce giustizialismo. Talvolta ispirato dai più tradizionali principi reazionari, talvolta da forti spinte etiche.

Ci sono magistrati che sostengono che la giustizia serva ai deboli, perché i forti non ne hanno bisogno. Io credo, invece, che apprezzo la sua spinta etica, ma che giustizia ed etica non debbano mai coincidere, perché il male dei mali è lo Stato etico, che può essere solo autoritario e fondamentalista.

Come fu lo Stato fascista, come furono gli stati comunisti.

In me resta questo grande timore: per i giudici, capaci, onesti, che pensano di svolgere una missione. Non è così, fare il magistrato è un mestiere, non una missione assegnata da Dio! E il prevalere di una concezione giudiziaria della vita pubblica non può che nuocere alla Calabria, ne sono convintissimo.

 

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