La tragedia dell’Heysel, 29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni. Muoiono 39 persone.

Trentatré anni dopo la tragedia dell'Heysel, il ricordo è ancora vivissimo. In quella tragica giornata persero la vita 39 persone che stavano assistendo a Juve-Liverpool.

La tragedia dell’Heysel, 29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni. Muoiono 39 persone.

Nella notte del 29 maggio 1985 si consumò un dramma che ancora oggi dà molto dolore.

di ANTONIO GENTILE

La Juventus si avvicinò alla finale di Bruxelles ovattata in un’atmosfera svizzera. Sette giorni di ritiro a Ginevra, gli allenamenti su un prato che sembrava dipinto col pennarello tanto il verde era netto e nitido, e ogni filo d’erba sembrava fatto a mano. Un mattino arrivò una comunicazione: il principe Emanuele Filiberto avrebbe tanto voluto salutare i giocatori. Il principe era un bambino biondo, rispetto a oggi non viaggiava, non parlava, non guidava moto d’acqua, non pubblicizzava cetrioli e nessun comico lo imitava. Doveva essere una grande notte di calcio internazionale, il momento della verità tra Juventus e Liverpool. E invece fu solamente una grossa recita, messa in scena in un clima di paura, disperazione e caos. Quel 29 maggio 1985 non lo ricordiamo per la vittoria della prima Coppa dei Campioni della Juventus, trofeo sfuggito ai bianconeri solo due anni prima in favore dell’Amburgo, ma per la tragedia che si consumò sugli spalti e fuori dallo stadio Heysel.

Prima dell’inizio della partita, l’atmosfera sembrava piuttosto tranquilla. Sì, ci fu qualche scaramuccia, del resto i tifosi inglesi erano già su di giri considerato l’alcol che avevano in corpo, ma non accadde nulla di serio. Le persone giunte allo stadio confluivano serenamente all’interno dell’impianto: le due curve riservate agli ultrà di Liverpool e Juventus si andavano riempendo, allo stesso modo del settore Z. Che era l’altra parte dello stadio dedicata alle famiglie juventine, dove i genitori con bambini e le coppie di mezza età provenienti da tutta Italia potevano sistemarsi per assistere alla partita. Tra loro c’era anche qualche spettatore francese e belga.

Circa un’ora prima del fischio d’inizio, alle 19.20 (la partita era in programma per le 20.15), gli hooligan ubriachi del Liverpool iniziarono a caricare muovendosi verso il settore Z. Si dice che si mossero con intenzioni del tutto intimidatorie per provocare la reazione degli juventini, i quali però indietreggiarono impauriti fino ad ammassarsi contro il malfamato “piccolo muro”. Gli inglesi non ci misero tanto a rompere la rete che separava le tifoserie e, mentre avanzavano lanciando oggetti, strinsero in una morsa mortale i tifosi della Juventus: il muro crollò, molte persone finirono schiacciate dalle macerie, altre calpestate dalla folla.

Qualcuno provò a salvarsi cercando di scavalcare ed entrare nel settore adiacente, altri si gettarono nel vuoto per non finire soffocati. Chi, invece, era riuscito a lasciare le tribune per trovare riparo sul campo di gioco, trovava i manganelli dei poliziotti pronti a colpirli per mantenere l’ordine. Il loro intervento era ormai una ridicola e tardiva esibizione di forza. Il caos più totale e il panico imperversavano, i tifosi correvano fuori, dentro lo stadio e in mezzo al campo alla disperata ricerca d’aiuto o per riabbracciare i propri cari persi nel marasma generale.

Ma la partita comincia – alle 21.40, con più di un’ora di ritardo – e la cronaca ha le sue esigenze. La gara è combattuta, rimane sullo 0-0 fino a quando un lungo e preciso lancio di Platini pesca Boniek. Il polacco si invola verso la porta inseguito dai difensori e, a ridosso dell’area, viene atterrato. Seppure il fallo commesso sia fuori dall’area di rigore, la velocità dell’intervento fa cadere in errore l’arbitro che concede la massima punizione. Dal dischetto Platini non sbaglia: 1-0 (58′). Il risultato non cambia più, la Juventus vince la sua prima Coppa dei Campioni.

Quel giorno persero la vita 39 persone, di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese. Il più giovane aveva 11 anni. I feriti furono oltre 600. Le squadre inglesi furono squalificate per cinque anni da tutte le competizioni europee, tre ufficiali di polizia furono licenziati, 25 tifosi del Liverpool furono estradati in Belgio per essere processati e dopo cinque mesi di processo, nell’aprile del 1989, 14 furono ritenuti colpevoli di omicidio volontario. A tutti e venticinque furono inflitte condanne con il beneficio della condizionale. La UEFA risarcì le famiglie delle vittime dopo che anche il segretario generale Hans Bangerter fu ritenuto colpevole di negligenza.

Nel 1987 il segretario della Federcalcio belga, Albert Roosens, venne accusato di omicidio colposo e massacro. E tra gli altri accusati c’era pure il presidente della UEFA, così come l’allora sindaco di Bruxelles e due ufficiali di polizia. Ciò che si può e si deve fare oggi è ricordare. Ricordare chi non c’è più è la sola maniera per tenere in vita quelle persone.

di Antonio Gentile