La Massoneria ai tempi di Mussolini: perché il Duce la allontanò?

Un libro di Gerardo Padulo indaga gli sviluppi dei legami tra fascismo e logge che operavano per portare a compimento le basi “democratiche” poste con l’Unità.

La Massoneria ai tempi di Mussolini: perché  il Duce la allontanò?

L’ingrata progenie ruota intorno alla fondazione del “Popolo d’Italia”, all’adunata di piazza San Sepolcro e alla marcia su Roma. In tutti e tre questi eventi la massoneria svolse il ruolo di almamater. Per meglio dire, i gruppi che dirigevano la massoneria concorsero alla nascita del  “Popolo d’Italia”, alla fondazione dei Fasci e alla messa in scena della marcia su Roma. Partire non dalla fine ma dalla vigilia della guerra – come si usa fare, da Tasca in poi – è l’idea fertile di queste pagine. Non è un’idea corrente ma fu suggerita da un Gran Maestro, Giordano Gamberini, quando, nel 1972, affermò: “Se la Massoneria avesse badato ad adempiere la propria missione, che è il perfezionamento degli individui attraverso la iniziazione, non soltanto non ci sarebbe stato il fascismo ma neppure la guerra che ne rese possibile il sorgere”.

 

Questo saggio giunge alla stessa conclusione esaminando le caratteristiche del sistema politico, la preparazione della guerra, il “regime di guerra”, la lotta contro il nemico interno, la propaganda svolta dagli Uffici Stampa e Propaganda dei comandi territoriali dei Corpi d’Armata, l’addestramento e l’armamento delle squadre fasciste, alcune iniziative attuate dai servizi d’intelligence, ragionando sui e con i documenti via via emersi, senza nulla concedere né alla missione della massoneria né alla perfettibilità degli uomini. Nel corso della ricerca non è stato trovato alcun progetto di affidare il governo dell’Italia a Mussolini, che pure giunse al potere lungo un percorso nel quale la massoneria svolse nei confronti del fascismo il ruolo di madre nutrice. Nel 1914 la massoneria voleva la guerra e voleva indurre i socialisti a renderla popolare: con l’allestimento di un giornale per Mussolini si tentò di “garibaldinizzare” il movimento socialista. Alla fine del 1918, la crisi della massoneria, divisa sulla scelta tra pace adriatica e pace democratica, donò all’Italia due politiche estere: i fasci di combattimento nacquero per contrastare i bissolatiani, rinunciatari, e per supportare la linea e l’azione di Sonnino e Orlando alla conferenza per la pace. Nella tarda estate e nell’autunno del 1922 ai dirigenti della massoneria la migliore cosa da fare – l’unica, ormai, possibile per un sodalizio in gran parte fascista e in minima parte, e variamente, antifascista – parve quella di cavalcare gli eventi per cercare di controllarli. Le cose, però, andarono in modo imprevisto: la progenie fu ingrata e il risultato è noto. Negli effetti; non nelle cause e secondo i percorsi, che in questo saggio, rispettivamente, si cercano e si seguono.

Gerardo Padulo è uno storico free-lance. È stato borsista nel 1976-77 presso l’Istituto Italiano di Studi Storici di Napoli e nel 1977-79 presso la Fondazione “Luigi Einaudi” di Torino. Ha lavorato poi col Centro Studi “Piero Gobetti” di Torino ed è dottore di ricerca dal 1987. È stato consulente delle Commissioni parlamentari Stragi e Mitrokhin e ha svolto consulenze per le Procure di Roma, Brescia e Napoli. Si è occupato di prefetti nella cosiddetta crisi dello stato liberale, di questioni nittiane e di fascistizzazione della stampa. Nel 2010 ha pubblicato per i tipi di Nuova Immagine
I finanziatori del fascismo.

La massoneria come “madre nutrice” del fascismo, anche da prima che il futuro Duce concepisse la fondazione del suo funesto movimento: è questa l’originale tesi che corre lungo le 200 fittissime e superdocumentate pagine di L’ingrata progenie. Grande guerra, Massoneria e origini del Fascismo (1914-1923), recente fatica di Gerardo Padulo edita da NIE (pagine 208, euro 30). Lo storico e ricercatore cilentano, con trascorsi alle fondazioni Einaudi e Gobetti, consulente tra l’altro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta “Stragi” e “Mitrokhin”, studia da decenni il segmento cruciale della vicenda nazionale che va da Giolitti a Mussolini e, con questa sua ultima fatica edita dalla senese Nuova Immagine, segna una tappa fondamentale della sua indagine. L’autore avverte subito in premessa di avere, per così dire, “rubato” il titolo del suo saggio, attingendo allo sfogo verbale di un illustre massone, il lucano Pietro Faudella, grand commis dello Stato e deputato del Regno. Il 13 febbraio 1923, il Gran Consiglio del Partito nazionale fascista dichiarava l’incompatibilità fra iscrizione al Pnf e alla massoneria. L’indomani, Faudella parlò pubblicamente di «un atto di ingratitudine verso la massoneria in genere e verso la massoneria milanese in particolare».

dal web di Antonio gentile

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