IDENTITÀ CULTURALE E SENSO DELLA MORTE ATTRAVERSO LA STORIA – Fuggire il peccato e seguire il Vangelo

IDENTITÀ CULTURALE E SENSO DELLA MORTE ATTRAVERSO LA STORIA – Fuggire il peccato e seguire il Vangelo

A cura di Franco Capanna (Teramo) *

franco.capanna@dconline.info * franco.capanna@ilpopolo.news*

Sindacalista – giornalista – scrittore *

– Editorialista de < IL POPOLO > della Democrazia Cristiana.

< IDENTITÀ CULTURALE E SENSO DELLA MORTE ATTRAVERSO LA STORIA >

Fuggire il peccato e seguire il Vangelo 

 

La morte trova nella letteratura ampio spazio di indagine e di rivelazione.

Questo poiché la parola letteraria è fantasia, mistero, angoscia, disperazione, ma anche rivelazione e avvicinamento alla verità.

Spesso la letteratura si è servita della morte, tema con il quale poter dialogare.

La morte nella letteratura è anche viaggio, incontro, scoperta.

 

Si pensi ad esempio al viaggio nel regno dei morti nel mito di Enea.

Il mito costituisce il substrato della conoscenza e possiamo dire quindi che è l’aspetto primitivo e poetico della riflessione filosofica

Enea vava alla ricerca del padre e lo ritrova. La morte è dunque rivelazione di una nuova vita.

La nascita e la morte costituiscono le traiettorie il cui filo unisce i due estremi.

Le Parche, nel mito greco, erano tre ed ognuna di esse reggeva un filo: quello della nascita, della vita e infine della morte.

La vita è nella morte e la morte è nella vita.

Grazie al mito la morte si fa rinascita, grazie alla religiosità la morte non è la fine di tutto, è l’inizio di un nuovo viaggio.

La morte nella letteratura si incontra con Omero ma anche con la Bibbia.

Si incontra col mito sul piano di una identità laica e si incontra con la fede sul piano di una identità cristiana.

Tuttavia – dalla notte dei tempi – nelle coscienze si agita, non senza inquietudine, l’eterno conflitto tra vita, tempo, morte.

Si supera la morte con una vita esemplare che le generazioni future ricorderanno,

Si sfugge alla vecchiaia scomparendo nel fiore degli anni, all’acme del proprio vigore.

“Muore giovane chi è caro agli dei” scriveva Menandro

La morte: destino comune dell’ umanità. “Grave est, sed humanum est”

Sembra uno slogan ma è questa la sintesi dell’atteggiamento del pensiero antico di fronte al tema della morte.

Possiamo anche ritenere che tale concetto anticipi in qualche modo la sensibilità cristiana.

Ma sia l’uno che l’altra sono l’approdo di un lungo percorso culturale dalle svariate connotazioni antropologiche che ha tentato di dare risposte all’interrogativo forse più inquietante dell’umanità.

Tale è infatti l’obiezione che compare nella “Consolatio ad Marciam” (17,1) e che il filosofo Seneca, in risposta, rivolge a Marcia, infinitamente addolorata dall’irrimediabile perdita del giovane figlio Metilio.

Chi nega infatti che la morte sia una cosa dura da sopportare? Ma è umano.

Vale a dire che la durezza della perdita non può non essere compresa nella generale durezza della nostra vita, che deve esserci nota.

La tendenza ad attutire la sofferenza vorrebbe farci ritenere straordinario, non umano, tutto ciò che ci colpisce così duramente.

La vera cura, secondo Seneca, consiste nel capire, nel non chiudere gli occhi di fronte alla realtà della condizione umana.

Lo stesso tema è trattato nella “Consolatio ad Polybium” (18, 9), indirizzata a Polibio, liberto di Claudio, in occasione della morte del fratello. Gli argomenti della consolazione sono gli stessi: l’ inutilità del compianto, la non sofferenza dei morti, il valore del ricordo, l’universale necessità della morte.

 

La morte è il non essere.

Ed io già so cosa significhi il non essere. Dopo di me sarà ciò che fu prima di me.

In una lettera inviata all’amico Marullo per la morte del suo bambino, morte che egli non ha sopportato virilmente, Seneca si esprime con molta fermezza nell’esortare l’amico a mostrarsi resistente ai mali e a non cedere al dolore.

Gli argomenti usati sono tratti dalla filosofia stoica.

In altri passi il filosofo mostra di voler superare il grande tema del “non essere” con la prospettiva di una vita oltre la vita.

Dopo la morte ci attende un’altra nascita. Ed il giorno che noi temiamo come ultimo della nostra vita, è – in effetti – il primo dell’eternità.

 

Dopo la morte ci attende infatti un’altra nascita !

 

Franco Capanna sindacalista Teramo. Editorialista de “Il Popolo” della Democrazia Cristiana.

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