189 anni fa nasceva la prima macchina da scrivere: la conseguente evoluzione del giornalismo.

Si calcola che furono almeno 52 gli inventori che in luoghi, tempi e modi diversi e indipendentemente l'uno dall'altro, crearono un qualche tipo di macchina da scrivere.

189 anni fa nasceva la prima macchina da scrivere: la conseguente evoluzione del giornalismo.

di Antonio Gentile

La prima in assoluto fu creata ed era molto simile ad una scatola di legno con una leva all’estremità che abbassandosi imprime le lettere, minuscole e maiuscole, su un rotolo di carta.

È il “tipografo” (Typographer, titolo originale del brevetto) brevettato nel 1829 dall’inventore americano William Austin Burt, che più tardi verrà considerata la prima macchina da scrivere della storia.

Però fino al 1868, nessuno riuscì a mettere in commercio un modello di macchina da scrivere. Il merito di aver reso messo in vendita quest’invenzione va a tre americani: da allora in poi il successo della macchina da scrivere fu ininterrotto per più di un secolo Tanto che uscirono modelli sempre più perfezionati: elettrici (per scrivere più velocemente), con il correttore incorporato (per eliminare gli errori), capaci di cambiare stile di scrittura e perfino silenziosi, ossia (quasi) senza il tic tic tic tic tipico delle macchine da scrivere in azione.

Nonostante i miglioramenti apportati in seguito, il prototipo di Burt non riuscirà a diventare un successo commerciale, soprattutto per l’estrema lentezza del sistema di scrittura e la poca praticità delle sue dimensioni.

Tuttavia sarà fondamentale per l’evoluzione della macchina da scrivere che si avvicinerà di più alla versione moderna con le invenzioni dell’italiano Giuseppe Ravizza, al quale viene comunemente attribuita codesta invenzione, nel 1846 che propagandava la sua invenzione di questa macchina, brevettata come cembalo scrivano per motivi umanitari cioè per far scrivere i ciechi.

Singolare coincidenza che deve far riflettere sulle origini della scoperta, a favore del Ravizza c’è però il brevetto registrato, a favore del Fantoni oltre alle lettere non c’è nessuna testimonianza poiché la macchina fu distrutta, ritenendola cosa inutile, dagli eredi di Pellegrino Turri, l’ingegnere amico che l’aveva perfezionata. Nel 1846 e dell’americano Scholes nel 1867, quest’ultimo ideatore della prima macchina efficiente e idonea alla produzione commerciale.

La svolta definitiva si avrà all’inizio del XX secolo con l’introduzione delle macchine elettriche. Famoso in Italia il modello Lettera 22 lanciato dalla Olivetti nel 1950 e destinato a diventare uno status symbol per generazioni di scrittori e giornalisti, tra cui Indro Montanelli, la macchina per scrivere Lettera 22 fu la più celebre macchina portatile dell’azienda torinese, nata negli anni cinquanta vinse premi in Italia ed all’estero.

Nei primi modelli meccanici ed elettro-meccanici era presente una tastiera i cui tasti di scrittura premuti azionavano il corrispondente Martelletto in grado di trasferire l’inchiostro da un nastro alla superficie della carta. A questo seguiva immediatamente l’avanzamento di uno scatto del carrello sul quale stava il foglio di carta che veniva così posizionato in modo corretto per la stampa del carattere successivo. Era inoltre comune l’utilizzo della carta carbone che consentiva di ottenere più copie conformi all’originale con una sola operazione di battitura.

Gli accessori di uso più frequente erano la “gomma” (a forma di sottile dischetto, per rimuovere con precisione l’errore), e il “bianchetto” (per coprire gli errori, e, dopo una rapida asciugatura, poter battere il carattere opportuno). Successivamente nacquero le macchine elettroniche con elemento unico di scrittura.

La Remington negli USA e poi la Olivetti in Italia si diffusero rapidamente e segnarono l’inizio di una nuova era per la scrittura, la prima macchina da scrivere elettrica venne prodotta nel 1901.

Oggi rimpiazzata quasi completamente dai personal computer che contengono installati uno o più programmi di videoscrittura, la macchina per scrivere, nata sul finire del XIX secolo, è stata uno dei primi dispositivi di largo utilizzo per la rapida redazione di documenti in formati standardizzati. Il suo utilizzo fece nascere una nuova professione, la dattilografia, inizialmente riservata alle donne.

Bella la macchina da scrivere, anche io me la ricordo con simpatia , era forte, solida, mai obsoleta, perciò immutata per decenni, mia fedele compagna di tante avventure sintattiche a casa, in studio o portatile in giro per il mondo, più longeva della pur nobilissima penna, che si smarrisce o si logora facilmente, più affidabile, precisa e veloce di qualsiasi altro strumento inventato prima di lei per mettere le parole nero su bianco. Non è stato sempre così, perché perfino nelle mani dei loro stessi inventori i primi prototipi erano molto lenti e piuttosto fragili. Tuttavia la possibilità di scrivere perfettamente a casa o in ufficio, senza ricorrere a una tipografia, sedusse ben presto il mondo alle prese con la prima grande rivoluzione industriale.

Prima ancora di conquistare gli scrittori e mai del tutto i poeti, il suo inconfondibile ticchettio diede vita a quella specie di foresta sonora che caratterizzava le grandi mitiche redazioni dei giornali, i grandi uffici delle aziende e delle cancellerie, le vaste sale delle ragionerie e del pubblico impiego. A volte era accompagnato dallo sferragliare e dallo scampanellio di altri piccoli gioielli meccanici che si occupavano dei numeri: le calcolatrici. O da macchine che replicavano la battitura a distanza, le telescriventi. O ancora da macchine molto più grandi, che i caratteri li mettevano in riga impilandoli in colonne di piombo: le linotype.

Ora quella foresta di rumore non c’è più, si è estinta e il silenzio s’è fatto quasi totale, rotto soltanto dagli avvisi sonori lanciati ad ogni messaggio dagli smartphone, e dalle suonerie musicali che hanno sostituito gli squilli dei vecchi telefoni. Perfino l’impercettibile fruscio dei tasti dei Pc si va zittendo, per fare largo al felpato incedere delle parole digitate sul touch screen.

Se invece volete un approfondimento sulle macchine da scrivere, vi consiglio un buon libro, quello scritto da Umberto Di Donato con  La penna, il tasto e il mouse, (edizioni EDB), potrei definirla la storia della comunicazione che è passata dalla calligrafia, la bella scrittura, fatta dai calligrafi, categoria di artigiani tanto nobile quanto spesso irrisa, il cui lavoro richiedeva tempi piuttosto lunghi, fino all’invenzione di strumenti più efficaci come la macchina da scrivere prima e il computer poi, insomma  racconta tutto quel che si sa sulla macchina, a partire dalle incerte origini che vedono più “inventori” in vari paesi, alcuni dei quali finiti su un binario morto, senza esiti commerciali. “Il tasto, il tasto, il tasto, la leva, il rullo che gira, lo spazio, la pagina di carta che vien via, l’altro foglio che vien messo dentro” e avanti così, ora sono solo vecchi ricordi, ma che hanno tracciato un ricordo indelebile nel mio modesto fare giornalismo.

di Antonio Gentile

 

 

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6 anni fa

Egregio signor Antonio Gentile,
la ringrazio per la sua cortese citazione, cosa che mi ha fatto nascere il desiderio di conoscerla.
Dove abita? Perchè non viene a trovarmi al Museo di Milano, in via Menabrea 10 ( Zona Isola – MM3 Zara)? Oppure mi telefoni al 347-8845560 e verrò io a trovarla.
Mi può contattare anche su: umberto1935@libero.it
Attendo una sua cortese risposta e la saluto cordialmente,
Umberto Di Donato

Antonio
6 anni fa

Grazie a lei Sig. Umberto Di donato, il suo libro è il racconto di un’evoluzione nel tempo della macchina da scrivere ed era giusto menzionarla nel mio articolo de ilpopolo.news. Saluti e grazie per l’interessamento. Antonio Gentile Coordinatore della Redazione Giornalistica IL POPOLO