< Trecentomila lavoratori in cassa integrazione: il “silenzioso” fallimento del Governo Meloni/Pinocchio ! >
In sei mesi trecentomila lavoratori sono finiti in cassa integrazione ed il 90% dei nuovi cassaintegrati appartiene al settore industriale (con una buona predominanza nel settore dell’industria automobilistica).

Numeri che fanno tremare i polsi, ma che soprattutto raccontano una amara verità che il Governo Meloni/Pinocchio cerca disperatamente di occultare.
L’Italia sta affondando, pezzo dopo pezzo, mentre chi dovrebbe governare il Paese continua a parlare di crescita (inesistente), di riforme (fantasma) e di “resilienza” come se fosse una formula magica capace di sostituire stipendi e prospettive.
La cassa integrazione non è un dato neutro: è il termometro del malessere produttivo.
Quando nove lavoratori su dieci che in essa vi finiscono provengono dall’industria, significa che il cuore pulsante del nostro sistema economico è in palese sofferenza.
È il segnale che fabbriche, aziende e distretti industriali non ce la fanno più, schiacciati da costi energetici ancora insostenibili; da una burocrazia che strangola e da politiche industriali inesistenti.
Il Governo aveva ampollosamente promesso un piano straordinario per sostenere le imprese e difendere i posti di lavoro. Dove sono finite queste promesse?
La realtà è sotto gli occhi di tutti: siamo il fanalino di coda dell’Europa, incapaci di attrarre investimenti, incapaci di difendere ciò che resta del nostro patrimonio produttivo, incapaci di dare ai cittadini una prospettiva diversa dall’assistenzialismo di Stato.
Mentre i Ministri litigano in televisione e si perdono in proclami sulla sicurezza o sull’immigrazione, trecentomila famiglie italiane si ritrovano a vivere con un reddito dimezzato, senza certezze sul futuro. È questa la tanto decantata “ripresa”? È questa la “solidità economica” di cui parlano a Bruxelles i nostri rappresentanti?
La verità è che la cassa integrazione è solo la “punta dell’iceberg”: dietro a questi numeri si nasconde un tessuto imprenditoriale che sta collassando, un esercito di giovani che emigra e un Paese che non investe né in formazione, né in innovazione.
In sei mesi, il governo ha trovato tempo e risorse per bonus spot e misure propagandistiche, ma non un piano serio per salvare l’industria.
Quando la politica smette di occuparsi del lavoro e dell’economia reale, la democrazia stessa vacilla.
Ed oggi in Italia non vacilla soltanto: sta cadendo a pezzi insieme alle fabbriche, ai salari e alle speranze di chi lavora.
Un esempio di tracollo e’ il gruppo Fiat con Maserati in testa.

Ma facciamo un confronto reale per capirne i contenuti.
Negli anni più bui della crisi economica, tra il 2009 e il 2013, l’Italia aveva raggiunto numeri record: oltre un miliardo di ore di cassa integrazione autorizzate nel solo 2010, con punte di 500mila lavoratori coinvolti. Allora la giustificazione era la crisi globale, la finanza internazionale, il collasso dei mercati.
Oggi, invece, non ci sono alibi: l’economia europea cresce moderatamente, e i nostri principali partner (Germania, Francia e Spagna) registrano una riduzione dell’uso della cassa integrazione rispetto agli anni della pandemia.
L’Italia, invece, torna indietro: il dato dei 300mila cassaintegrati in sei mesi proietta un trend che rischia di riportarci su livelli simili a quelli del post-2008.
Che il 90% dei cassintegrati arrivi dall’industria è un segnale devastante.
Negli anni ’70 e ’80, la cassa integrazione era lo strumento attraverso cui lo Stato cercava di proteggere le grandi fabbriche in crisi: la Fiat, l’Italsider, l’Olivetti.
Oggi, dopo decenni di deindustrializzazione, il paradosso è che la stessa piaga colpisce un tessuto produttivo già ridotto all’osso.
Negli anni ’90, con la globalizzazione, la cassa integrazione era vista come ammortizzatore “straordinario” in fasi di riconversione industriale.
Ora invece sembra diventata la norma, la regola: segno di un Governo incapace di pensare ad un piano di politica industriale serio, limitandosi a tamponare le emergenze.
Numeri che smentiscono le promesse.
Il Governo Meloni/Pinocchio aveva annunciato una stagione di “nuovo boom economico”, sventolando i dati della crescita post-pandemia.

La realtà è ben diversa:
• Nel 2023, le ore di cassa integrazione erano già aumentate del 23% rispetto al 2022.
• Nel 2024, si è registrata una nuova impennata, con quasi 70 milioni di ore autorizzate.
• Ora, nel 2025, la tendenza peggiora ancora: 300mila lavoratori coinvolti in soli sei mesi significa che la crisi è strutturale, non congiunturale.
Una crisi politica, non solo economica
La cassa integrazione non è solo un fatto economico: è un indicatore politico. Ogni lavoratore in cassa è una famiglia che sopravvive con uno stipendio tagliato, un territorio che perde ricchezza, un futuro che si restringe.
Il Governo, invece di affrontare il problema, parla di sicurezza, di migranti, di riforme istituzionali. Tutto fuorché lavoro e industria.
Eppure, la storia insegna: i grandi momenti di crescita italiana — il boom degli anni ’50-’60, il rilancio degli anni ’80 — sono sempre partiti da un’idea chiara di politica industriale.
Oggi quell’idea non c’è. E i 300mila cassintegrati sono la prova lampante che il Paese rischia di restare intrappolato in un ciclo infinito di precarietà e assistenzialismo, futuro dei giovani appeso ad un filo.
Occorre che ci SVEGLIAMO !

A cura di Dott. Biagio Passaro (Modena)
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cell. 335-433277 *
Componente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana italiana
Componente della Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana italiana
Editorialista de < IL POPOLO > della Democrazia Cristiana
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Biagio Passaro
