Intervista al prof. PAOLO BONGARZONI (Viterbo): EUROPA SI, EUROPA NO, EUROPA SI, MA NON QUESTA * (Seconda parte)

Intervista al prof. PAOLO BONGARZONI (Viterbo): EUROPA SI, EUROPA NO, EUROPA SI, MA NON QUESTA * (Seconda parte)

A cura Sen. EGIDIO PEDRINI (Roma/Genova)

Sen. Egidio Pedrini

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< Intervista al prof. PAOLO BONGARZONI (Viterbo): EUROPA SI, EUROPA NO, EUROPA SI, MA NON QUESTA * (Seconda parte) >

Europa si, Europa no, Europa si…ma… Europa si, ma non questa Europa. Meno Europa.

Quante tesi si sono ascoltate in questi ultimi anni.

“Più Europa” è anche il nome di una nuova formazione politica presente oggi in Parlamento.

Negli anni ’50 nacque la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciao (CECA): Italia, Belgio, Francia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi.

Nel 1992 nacque l’Unione Europea. Se ne occuparono tra gli altri grandi leader della terra come Schuman (francese), De Gasperi (italiano), Spaak (belga), Adenauer (tedesco).

Prof. Paolo Bongarzoni

Ne discutiamo con il Prof. Paolo Bongarzoni (Viterbo), Segretario nazionale del Dipartimento per le Politiche Economiche Europee della Democrazia Cristiana.

Professore, perché Austriaci, Olandesi, Danesi, Svedesi… hanno preso posizioni critiche rispetto alle proposte franco tedesche soprattutto per la parte relativa all’Italia e al “finanziamento” quanto meno secondo alcune indicazioni?

Ma noi siamo messi cosi male da un punto di vista economico e finanziario?

Come mai queste reazioni contro l’Italia?  E Germania e Francia, come sono messe rispetto a noi?

Al momento dell’iniziale proposta Franco-Tedesca i paesi del nord Europa hanno avanzato le loro controproposte che riguardano sempre i prestiti (a breve termine), con vincolo di restituzione, del pagamento di interessi e di impegno sulle riforme da portare avanti.

Dopo la riunione della Commissione Europea del 27 Maggio scorso, alcuni di questi paesi hanno ribadito che le decisioni sul “Recovery Fund” prevedono l’unanimità e che sarà necessario un adeguato periodo di negoziato.

Le posizioni di questi paesi nascono, a mio avviso, dalla mancanza di fiducia nei confronti dell’Italia, per via delle difficoltà che potrebbe incontrare nei processi di utilizzo/restituzione delle risorse.

Ciò è confermato dal fatto che questi paesi hanno chiesto, nelle loro controproposte, un coinvolgimento della Corte dei Conti Europea. C’è da dire che anche noi abbiamo contribuito a questa situazione. Molti dei finanziamenti europei non sono stati utilizzati in passato per via della difficoltà di attrarre in Italia investitori adeguati, per l’eccessiva burocraticità nell’accesso ai fondi e per il loro utilizzo in iniziative a volte non di lungo periodo o strutturali.

È questo dovuto anche ad alcune valutazioni sui contenuti del “decreto rilancia Italia”?

Da alcuni economisti e da varie parti politiche il contenuto dei provvedimenti del RILANCIA ITALIA viene giudicato come un insieme di voci di spesa e non di sviluppo come invece da più parti verrebbe richiesto. Lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo, ma bisogna fare i conti con una situazione di liquidità che non è quella di molti altri paesi, che possono permettersi di mettere a disposizione delle aziende fermate dalla crisi una quantità di fondi sufficiente a coprire gli stipendi dei lavoratori (e quindi evitarne il licenziamento). Gli strumenti oggetto dei decreti emessi (crediti di imposta, ammortamenti/super ammortamenti, sgravi fiscali, capitalizzazione, garanzie pubbliche alle banche, ricorso alla cassa integrazione in deroga e degli ammortizzatori sociali) possono andare bene ma c’è necessità di liquidità immediata al fine di stimolare la domanda.

Partiamo già con un debito di 2.400 miliardi. La “manovra Conte” riguarda 55 miliardi. Crisi delle aziende. Parametri di operatività che fanno dichiarare agli operatori stessi che la riapertura di alcuni settori (come Turismo, Ristorazione, Intrattenimento,…) non supererà il trenta per cento. Fonti internazionali e esponenti del governo italiano prevedono a fine anno, con questo trend, un forte calo del nostro PIL (Un punto di PIL vale circa 17 miliardi). Oltre una carenza di liquidità già da ora inaudita.

Possibile che il cielo sia così nero e nessuno si accorga che potrebbe piovere a dirotto con conseguenze drammatiche per le casse dello Stato, per lo Stato Sociale, per la Scuola, per la Ricerca, per la Sanità…?

Con queste premesse, e proprio perché non si vuole fare dietrologia, possiamo chiedere ad un attento osservatore delle strutture istituzionali e degli andamenti economici le Sue valutazioni? 

Se Lei fosse nella camera di regia quali potrebbero essere alcune proposte concrete al fine di uscire da questa situazione?

Io, come molti altri, sono per le politiche a sostegno della domanda. Deprimere la domanda con un’eccessiva pressione fiscale, con tanta burocrazia e con la mancanza di un piano di investimenti produttivi di lungo periodo è come avere in garage una bellissima auto sportiva e pretendere che abbia delle buone performances senza fare un’adeguata manutenzione.

Gli investimenti produttivi dovranno valorizzare le enormi risorse che abbiamo a disposizione (patrimonio storico-culturale, artistico, naturale e manifatturiero); a tale proposito esistono modelli di sinergia tra settori che hanno funzionato in realtà meno virtuose dell’Italia.

Le banche dovrebbero esser messe in condizione di trasferire, per quello che è di loro competenza, le risorse alle attività produttive, favorendo la competitività delle aziende locali; in questo ambito, è necessario un forte intervento pubblico di indirizzo dell’attività bancaria e dell’attività produttiva (es. digitalizzazione).

A livello di politiche monetarie, la Banca Centrale Europea deve poter operare come facevano le Banche Centrali e agire come prestatore di ultima istanza. Bisognerebbe maggiormente investire nell’istruzione e ricerca, nella sicurezza e nella sanità; tutte queste spese fondamentali non sono state tenute in particolare considerazione negli anni per via di alcune politiche europee legate all’austerità.

Molte risorse possono essere liberate dalla riorganizzazione della struttura pubblica e dallo snellimento della burocrazia. La riforma della giustizia e l’utilizzo adeguato dell’enorme risparmio privato ai fini della ristrutturazione del debito pubblico sono argomenti attuali che però non sono stati ancora affrontati adeguatamente.

Se il sistema di finanziamento dovesse rimanere quello del libero accesso al mercato dei capitali, a fronte di queste idee è necessaria l’adozione di azioni finalizzate al miglioramento del rating del nostro paese e quindi delle condizioni di accesso al credito.

D’altro canto è fondamentale ridiscutere tutta la struttura dei parametri europei che al momento limita la spesa in deficit e il debito per investimenti produttivi. Se è giusto che ci sia un’Europa è anche giusto che ci sia un maggior coordinamento a livello europeo (della politica fiscale, degli investimenti produttivi, della politica sanitaria e del lavoro).

A mio avviso, non è accettabile che alcune nazioni europee si siano arricchite, a seguito dell’adozione di parametri e regolamenti che ci siamo autoimposti, mentre altre siano sull’orlo del fallimento. Sono sicuro che questa consapevolezza sarà fatta propria dall’Unione Europea nei prossimi anni (il Fondo per la Ripresa potrebbe esser un primo passo) altrimenti non ci saranno più le condizioni per andare avanti.

Gli Italiani cosa devono sperare? E cosa devono temere ad ottobre?

Le sensazioni raccolte tra i rappresentanti di categoria (es. piccole medie aziende) non sembrano molto ottimistiche. Sicuramente c’è la volontà di continuare e riaprire l’attività immediatamente, anche se le prospettive di economicità saranno visibili solo sul medio periodo (es. Settembre/Ottobre).

In questa fase, alcune realtà imprenditoriali (legate soprattutto al turismo) hanno preferito attendere, onde evitare di incorrere in costi variabili certi a fronte di un fatturato incerto, anche per via delle restrizioni alla libera circolazione dei potenziali clienti (sia di natura legislativa da parte dei decreti che di natura psicologica). In particolare, proprio l’aspetto psicologico non è valutabile, nella sua portata e durata nel tempo.

Un elemento negativo è rappresentato dalla copertura degli elevati costi fissi a cui non hanno fatto riscontro soluzioni adeguate da parte del Governo. A seguito della riapertura, un business con una struttura costi/ricavi sotto il punto di pareggio continuerà ad operare se almeno i costi fissi saranno coperti, altrimenti la soluzione più plausibile è la cessazione.

Sempre secondo i dati raccolti dalle associazioni di categoria, dal punto di vista dei ricavi, i dati mensili sono ovviamente preoccupanti vista l’unicità della situazione rispetto ad altre crisi passate (-80%/90% degli incassi solo ad Aprile). Per quel che riguarda le proiezioni nazionali del PIL, sulla base dei dati del primo trimestre (-4,7%) e delle previsioni negative del secondo, esistono stime più o meno pessimistiche per il dato di fine anno (-10%/-15% di PIL) che saranno legate anche alla flessibilità nell’applicazione dei decreti emanati. Questi dati fanno eco alla stima peggiorativa a livello europeo in caso di “seconda ondata di covid” (-16% di PIL).

Per quel che riguarda i dati sulla disoccupazione, la sensazione è che a Settembre si riuscirà ad avere un quadro più chiaro della situazione per via dell’attuale ricorso alla cassa integrazione in deroga e agli ammortizzatori sociali. Gli effetti sui licenziamenti e quindi sul tasso di disoccupazione sembrano quindi posticipati. In altri contesti internazionali (es. USA), caratterizzati da una diversa legislazione, la situazione è molto più chiara già da adesso.

 

A cura Sen. EGIDIO PEDRINI (Roma/Genova)

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