< BIAGIO PASSARO (DEMOCRAZIA CRISTIANA): LA LETTURA DEL VOTO SUL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA E’ UN CHIARO MESSAGGIO POLITICO IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027 ! >
Il risultato del referendum sulla Giustizia, con la vittoria del “No”, rischia di essere letto in modo superficiale.
Non siamo di fronte semplicemente a un giudizio sul merito della riforma, ma a qualcosa di molto più profondo: un voto politico, un voto di sfiducia, un voto di protesta.
La verità è che gran parte degli elettori non ha votato entrando nel dettaglio tecnico della riforma. Non ha analizzato articoli, non ha confrontato modelli europei, non ha fatto un ragionamento giuridico.Ha votato “di pancia” e lo ha fatto per mandare un segnale. E quel segnale è chiaro: il Governo, per una parte rilevante del Paese, non ha mantenuto le aspettative create in campagna elettorale.
Le promesse erano molte, le aspettative alte. Ma nella percezione di molti cittadini, soprattutto nelle aree più fragili del Paese, i risultati non sono stati all’altezza. E quando la distanza tra promessa e realtà diventa evidente, il voto smette di essere tecnico e diventa politico.
In questo contesto si inserisce anche un elemento internazionale e identitario: la percezione di un Governo troppo allineato a determinate dinamiche esterne, in particolare a un modello politico percepito come duro, divisivo, orientato allo scontro e alla chiusura.
Le politiche sull’immigrazione, il tema delle espulsioni, l’idea di uno Stato più rigido che inclusivo: tutto questo ha inciso nella formazione di un sentimento diffuso, che oggi si è tradotto nel voto.Particolarmente significativo è il dato territoriale. Il “NO” cresce soprattutto nel Sud Italia, dove lo Stato è spesso percepito come distante, intermittente, a volte assente.
Lì il voto non è solo opinione: è reazione. È la risposta di chi si sente lasciato indietro e usa l’unico strumento che ha per farsi sentire.
Ma il dato più interessante è un altro: l’affluenza. Non solo alta, ma anomala rispetto agli ultimi anni.
Si è attivata una parte di elettorato che normalmente non vota, un “popolo dormiente” che finora era rimasto ai margini. Questa volta, invece, è andato alle urne. E lo ha fatto non per sostenere una proposta, ma per bocciarne il contesto politico.Questo cambia completamente la lettura del risultato. Non è un “No” alla riforma in sé. Non è un rifiuto dell’idea di cambiare la giustizia.
Anzi: molti di quei voti potrebbero essere favorevoli a una riforma, se percepita come credibile, condivisa e ben spiegata.
È invece un “No” al momento politico, al Governo, alla distanza percepita tra chi governa e chi vive la realtà quotidiana.
Ed è qui che si apre il vero scenario politico.Perché questo voto lancia un messaggio preciso: attenzione. Il consenso non è più scontato. Il giudizio è in corso. E il 2027 non è lontano !
Il cosiddetto “campo largo” potrebbe trovare proprio in questo malcontento il suo spazio di crescita. Così come potrebbero riemergere forze politiche capaci di intercettare quel voto silenzioso che oggi si è risvegliato. Quando una parte di elettorato che non votava torna a votare, cambia gli equilibri. Sempre.
E allora il punto non è chi ha vinto formalmente il referendum. Il punto è chi ha perso politicamente.
E oggi, al di là delle letture ufficiali, è evidente che una parte consistente del Paese ha voluto dire al Governo: vi stiamo osservando, vi abbiamo dato fiducia, ma finora non basta.
Il vero significato di questo voto non è nel quesito. È nel messaggio. E quel messaggio guarda dritto al 2027.
Biagio Passaro (Modena)biagio.passaro@dconline.info
Segretario Nazionale del Dipartimento Enti locali della Democrazia Cristiana
Componente del Consiglio Nazionale e della Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana
