Gli italiani rassegnati alla sottomissione: il diritto e la morale tra politica, individualità’ e società..

Si ha moralità quando l’azione è compiuta per il dovere: al dovere è, infatti, attribuita una connotazione morale.

Gli italiani rassegnati alla sottomissione: il diritto e la morale tra politica, individualità’ e società..

Affermare il dovere morale senza presupporre la libertà di attuarlo sarebbe, infatti, assurdo e contraddittorio: la libertà si configurerebbe, cioè, un postulato della volontà morale. Si tratterebbe, in particolare, di libertà interna cui ciascuno può liberamente decidere di aderire o meno.

Se gli stranieri sui mezzi di trasporto pubblici si rifiutano di pagare il biglietto e peggio ancora aggrediscono fisicamente il controllore, tutti noi denunciamo totalmente indignati, ma poi concretamente li si lascia fare e alla fine siamo solo noi italiani ad essere tenuti a pagare il biglietto. Se nelle nostre città talune vie, parchi, piazze o quartieri diventano pericolosi per la presenza di delinquenti comuni, spacciatori di droga, sfaccendati che molestano donne e bambini aspirando a violentarli sessualmente, noi denunciamo massimamente preoccupati ma poi concretamente finiamo per non frequentare più quegli spazi pubblici che, di fatto, diventano delle roccaforti della criminalità.

La moralità denota, in altri termini, una condizione ed una possibilità di autonomia: essa ha le sue premesse nella ragione (Kant). Alla base di un sistema morale, comunque, vi è la sensibilità e l’attenzione verso gli altri. L’atto è morale in termini di oggetto, forme e finalità. Secondo l’orientamento morale, non è possibile sostenere l’eticità di una condotta sulla base pura e semplice della mancata produzione di un danno. Un diritto di libertà deve, pertanto, sempre rispettare i principi di equità e, viceversa, l’esecuzione di un dovere deve tenere conto dell’altrui diritto.

Nel novembre del 2011 con la regia di Giorgio Napolitano e l’avvento al potere di Mario Monti l’Italia è stata sottomessa a una dittatura finanziaria che, da allora, ha spogliato la democrazia del suo contenuto sostanziale e ha generato quattro governi non eletti dagli italiani. Nel 2013 la Corte Costituzionale ha sentenziato l’incostituzionalità della legge elettorale con cui sono stati eletti i parlamenti nel 2006, 2008 e 2013, ma a quattro anni di distanza il parlamento continua a legiferare, così come i governi e i capi di Stato designati da quei parlamenti continuano a operare come se non fosse successo nulla. Nel 2016 c’è stato il referendum sulla riforma della Costituzione. Il governo era per il Sì e ha vinto il No. Ma è stato riesumato un governo del Sì come se gli italiani non fossero andati a votare. Gli italiani hanno denunciato a viva voce, ma concretamente nessuno mette in discussione la legittimità del sistema politico o si sottrae all’osservanza delle decisioni assunte da questi governi, lo stesso è successo per il governo gialloverde, non vi è stata sovranità.

In questi giorni girano molte opinioni, più o meno autorevoli, che affermano che Salvini dovrebbe farsi processare. Ebbene, è evidente che in queste opinioni sia racchiuso il senso profondo del fallimento della cultura democratica, intesa come conoscenza dell’importanza cruciale dell’equilibrio fra i poteri dello Stato e dunque dei limiti che i poteri non possono mai superare l’uno nei confronti dell’altro. Pensare o convincersi pertanto che l’ultima parola, per gli atti politici compiuti da un ministro, spetti alla magistratura, è negare questo equilibrio e questi limiti, ed è legittimare il diritto della giustizia di prevalere sulla politica, seppure mai il contrario. Dai giustizialisti, infatti, non sentiremo mai affermare che i PM devono essere sottoposti al potere esecutivo.

Quando si arriva a considerare la politica come un potere subordinato alla giustizia e lo si considera addirittura “normale”, allora vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nell’informazione e nella formazione delle giovani generazioni. E quel “qualcosa” non è altro che il frutto velenoso di un meccanismo propagandistico che mira da decenni a demolire la democrazia costituzionale. Uno dei sistemi è la moneta a debito (l’euro), l’altro è l’immigrazionismo (o terzomondismo), e l’ultimo – ma non il meno importante – è il giustizialismo, attraverso il quale da una parte si delegittima a priori la politica (considerata fonte di corruttele e di cattive pratiche) e dall’altra si esaltano le doti etiche e morali della giustizia.

Ma il bene comune non è giustizia. Così come la giustizia non è interesse nazionale né tutela di esso. La giustizia deve solo limitarsi ad applicare la legge formata dalla politica, e non può – in uno Stato democratico – sostituirsi a essa nell’atto politico creativo ed esecutivo, ovvero interpretativo dell’interesse nazionale. Altrimenti si verifica quella subordinazione che le Costituzioni del ‘900, e in particolare la nostra, hanno sempre voluto evitare per impedire che il potere venisse esercitato non per mezzo del consenso popolare, ma per mezzo delle sentenze.

Con l’idea che Salvini debba venir processato, o che comunque debba volontariamente e moralmente sottoporsi al processo per dimostrare la propria “innocenza” rispetto a un atto giurisdizionalmente insindacabile, si tradisce indubbiamente lo spirito della Costituzione e si denigrano e si umiliano secoli di evoluzione giuridica democratica, esaltando il senso inquisitorio della giustizia e la sua pretesa capacità di emettere non solo pronunce giuridiche, ma anche precetti etici e morali. Ciò perché per il giustizialista, la sentenza non è solo l’accertamento del diritto vivente, ma anche un precettore etico e morale non contestabile.

La degradazione della democrazia davanti a questa involuzione del pensiero politico e filosofico è evidente ed è palpabile. Per quanto sia chiaro ed evidente che i crimini (veri) debbano essere perseguiti anche se commessi da un politico, questa verità non può essere in alcun modo utilizzata per sottoporre l’azione politica al processo sempre e comunque, e in ogni caso a prescindere. La valutazione nel merito e in via pregiudiziale, operata dai rappresentanti del popolo, deve sempre essere contemplata; la politica deve essere in grado di stoppare le indebite invasioni di campo, perché questo “potere” è uno degli strumenti cruciali attraverso il quale la democrazia si realizza concretamente. Negarlo, significa negare la democrazia.

A questo punto dobbiamo concludere che gli italiani che subiscono le ingiustizie limitandosi a denunciare ma senza ribellarsi concretamente, dimostrano di non essere un popolo unito. Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unità d’Italia nel 1861 disse: «Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani». Prendiamo atto che noi italiani siamo un popolo che si sente appagato dalla denuncia fine a se stessa, che vuole accontentare tutti e non scontentare nessuno, che aggira le realtà che impongono delle scelte impegnative.

Se questo comportamento potesse tradursi nella salvaguardia della civiltà che da millenni ha comunque garantito la crescita demografica, lo sviluppo economico e la qualità della vita, dovremmo considerarlo saggio e lungimirante nel lungo periodo anche se spregiudicato e riprovevole nell’immediato. Purtroppo non è così. Noi oggi rischiamo di perdere ciò che resta della nostra sovranità nazionale, di essere fagocitati dal Nuovo Ordine Mondiale assoggettato alla grande finanza, la sostituzione etnica e la sottomissione all’islam. O gli italiani insorgeranno uniti o moriremo senza avere la certezza e l’orgoglio di chi siamo, rinnegando la storia e il passato.

di Antonio Gentile

2 Responses to "Gli italiani rassegnati alla sottomissione: il diritto e la morale tra politica, individualità’ e società.."

  1. Anonimo   7 Febbraio 2019 il 11:54

    Bravo dott.Antonio Gentile: il suo articolo è un “bel minestrone di idee ” più o meno condivisibili.
    Se questa risposta viene cancellata, significa che questa testata non è democratica e obiettiva.ale49

  2. antonio gentile   7 Febbraio 2019 il 19:33

    Cancellare cosa,?
    il Popolo è aperto a idee, consigli ed a riflessioni da parte dei lettori.
    Se pensa che l’articolo sia un bel minestrone, non ci rimane altro che attendere che lei lo riscaldi , lo cestini, oppure in alternativa, può esporre una sua opinione a riguardo, saremmo tutti curiosi di leggere il suo pensiero. Nella speranza che abbia le idee più chiare delle nostre e non ci prospetti un bell’ insalatone…. Grazie Ale.49