Il dilemma dei Sacri Palazzi: può una chiesa dismessa diventare un teatro, sala biliardo o night club?

Solamente in Olanda e Germania sono 500, in Italia non si sa ancora bene. E non piace che divengano discoteche oppure locali per sfilate di moda.

Il dilemma dei Sacri Palazzi:  può una chiesa dismessa diventare un teatro, sala biliardo o night club?

Trent’anni dopo, la «profezia apocalittica» di «Joan Lui» è ormai cronaca. Nel film di Adriano Celentano, per contrappasso blasfemo, una chiesa barocca diventa la balera «Il tempio», con tanto di crocifisso e tabernacolo sovrastati dalla consolle del dj e dal bancone dei barman in paramenti liturgici. La crisi di fondi e di vocazioni ha portato numerose diocesi italiane ed europee a vendere a privati o enti locali edifici di culto sconsacrati. Una dismissione tutt’altro che indolore per la sensibilità religiosa dei fedeli che da un giorno all’altro hanno assistito alla riconversione in sale ricevimenti, sedi di banche, negozi o, addirittura, locali a luci rosse di antichissimi ex monasteri, abbazie, santuari.

Nella laica Francia non sono poi molte: sono sì 255, ma per sconsacrarle c’è voluto più di un secolo. È dal 1905, infatti, che vige la legge per la dismissione del patrimonio ecclesiastico, e le chiese non più in uso, dopo una opportuna desacralizzazione, possono essere messe in vendita come fossero un capannone abbandonato.

Il problema, semmai, è che non sono e non sembrano nemmeno capannoni abbandonati: hanno una loro ben riconoscibile struttura architettonica. Vederle trasformate in discoteche o pizzerie può sembrare insultante.

Il problema, poi, diventa molto più acuto in altri paesi europei. In Germania dal 2000 ad oggi le chiese che hanno smesso di funzionare sono state 500, e altrettante subiranno lo stesso destino, entro dieci anni, in Olanda.

Un enorme capitale economico, a volerla vedere in chiave materialista, ma anche e soprattutto religioso e culturale la cui dismissione rappresenta un rompicapo per la Chiesa di Papa Francesco. Chiamata ad essere dialogante con i tempi nuovi, ma senza rinunciare alla presenza. Per questo motivo l’Università Gregoriana di Roma ha ospitato oggi il convegno “Dio non abita più qui? – Dismissioni dei luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”. Uno dei primi momenti di una riflessione organica sull’argomento, volta a trasformare quella che ha l’aria di una contrazione della riconoscibilità sul territorio in un’opportunità per nuove forme di presenza, anche fisica.

Il fatto è, ha spiegato il cardinal Gianfranco Ravasi in una intervista a un quotidiano, che la secolarizzazione produce indifferenza, l’indifferenza la mancanza di interesse e la mancanza di interesse il vuoto. Si sta lontani da ciò che non coinvolge, e i cattolici (“Una minoranza in Occidente”, spiega Ravasi) devono trovare nuove forme di presenza e di attrazione.

“Nell’Antico Testamento”, spiega ancora Ravasi, “il Tempio è il ‘luogo dell’incontro’, con Dio e con gli uomini”. Quindi “Se non ha più gente, un tempio può essere desacralizzato ma non dissacrato. Farne una pizzeria è blasfemo. Va bene un museo, per dire, o un luogo di incontro su temi e valori anche laici”.

Casa di artisti, luogo di ritrovo

È il caso del Museo Diocesano di Padova, divenuto – ha sottolineato il direttore Andrea Nante – spazio espositivo ma anche “luogo di incontro e di ascolto”, terreno in cui fiorisce una proposta dell’arte come dimostrazione della bellezza della fede cristiana. Oppure della chiesa di San Rocco nella diocesi di Trapani. Prima riaperta come luogo di culto dopo 150 anni (era stata adibita anche ad ufficio postale), poi nella nuova funzione di museo e vero e proprio atelier per artisti, infine come struttura di accoglienza per ricucire il tessuto sociale del quartiere circostante.

Il numero delle chiese dismesse o in via di dismissione in Italia non è certo. La Conferenza episcopale italiana è riuscita ad avviare un censimento non prima del 2013, ma i dati sono in costante evoluzione. Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre, non ha però dubbi sulla natura reale del problema: “E’ solo leggendo i segni dei tempi che possiamo andare oltre un semplice approccio statistico, per rendere in considerazione le mutevoli esigenze della vita nella società e degli spazi fisici nelle città”.

Tempi nuovi, eppure così antichi

​Le città, infatti, cambiano, e con esse la modalità della presenza della Chiesa. Meno territoriale, forse, più “diffusa” nei gangli della società. Insomma, “chiese aperte” alle esigenze dell’uomo razionalmente lontano, o secolarizzato.

Per chi cerca atmosfere spirituali gli ex conventi sono l’ideale come strutture ricettive. Un convento di 650 metri a Panzano in Chianti è stato restaurato e offerto per 2,3 milioni di euro. In Campania, ad Olevano sul Tusciano, con 90 mila euro si compra un ex convento. Nell’ex chiesa milanese di via Piero della Francesca (oggi dancing «Gattopardo») si balla fino al mattino. A Volterra ha cambiato destinazione d’uso una pieve dell’ottavo secolo, ad Asti la settecentesca Confraternita di San Michele che può vantare la frequentazione del giovane Vittorio Alfieri. La romanica San Nicolò, nel cuore medievale di Jesi, è «set» di sfilate di moda e mostre-mercato del cioccolato.
Madonna della Neve, a Portichetto di Luisago in provincia di Como, è divenuta officina per le auto. A Genova Santa Sabina è sede di una banca. A Bologna Santa Lucia è diventata un’aula universitaria. A Salerno San Gregorio è una galleria d’arte. All’Aquila San Filippo Neri è un teatro. Il fenomeno è «global». In Gran Bretagna 50 mila chiese sono diventate negozi, ristoranti, uffici. E l’Italia non è da meno. Ex chiese ristrutturate con angolo cottura. Immerse in contesti bucolici, panoramiche sul mare o sfarzose. O loft chic. Sconsacrate, passate di mano, materia per architetti e designer. Un trend censito dal portale immobiliare.it.

dal web di Antonio Gentile

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